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Soleimani ucciso e i raid sull'atomica. Il "peso" di Donald

Il tycoon unico presidente di cui il regime ha paura

Soleimani ucciso e i raid sull'atomica. Il "peso" di Donald
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"Opzioni forti". Due parole soltanto, ma sufficienti, forse, a bloccare la mattanza di dimostranti e a spingere il regime iraniano a cercare un negoziato. La differenza potrebbe averla fatta ancora stavolta Donald Trump. Il regime iraniano ha imparato a proprie spese che con The Donald c'è poco da scherzare. La prima durissima lezione del tycoon risale al 3 gennaio 2020 quando un drone statunitense incenerisce il generale Qasem Soleimani da poco sbarcato all'aeroporto di Bagdad. Un'operazione senza precedenti che nessun altro presidente americano da Carter in poi ha mai osato compiere. Ma più del blitz in se contano le conseguenze.

L'eliminazione di Soleimani, mente e demiurgo di tutte le strategie mediorientali della Repubblica Islamica, apre la strada negli anni alla grande crisi politico militare del regime iraniano. Con l'eliminazione del comandante della Quds Force, l'unità dei pasdaran responsabile delle operazioni clandestine all'estero, la penetrazione delle strutture di Teheran da parte dell'intelligence israeliana e della Cia diventa più capillare e profonda. E all'eliminazione di scienziati e responsabili dei progetti nucleari s'aggiunge il progressivo indebolimento dei più stretti alleati, da Hamas ad Hezbollah, da Bashar Assad alle milizie irachene. L'effetto domino causato dall'eliminazione del generale diventa evidente durante e dopo le stragi del 7 ottobre. Soleimani, abituato a misurare con molta attenzione le conseguenze degli attacchi ad Israele, forse non avrebbe neppure dato il via libera all'operazione di Hamas. E soprattutto avrebbe vegliato con molta più attenzione sui destini dei propri alleati.

Da quello di Ismail Haniyeh, il capo politico di Hamas fatto fuori nel cuore di Teheran nel luglio 2024 a quella del capo di Hezbollah Hassan Nasrallah sorpreso dalle bombe israeliane in uno dei suoi rifugi sotterranei. Di certo con Soleimani ancora in vita sarebbe stato assai difficile cacciare Bashar Assad da quella Siria che il generale iraniano aveva strappato alla rivolta sunnita e trasformato in un corridoio da cui rifornire Hezbollah e Hamas. In questo progressivo disastro una cosa è ben chiara agli iraniani. Con Obama e i suoi predecessori avevano mano libera dall'Irak alla Siria e da Gaza allo Yemen. Con Donald Trump alla Casa Bianca la loro libertà d'azione è stata progressivamente neutralizzata. E assieme alle strategie di Soleimani è stata ridimensionata anche la minaccia nucleare. Una minaccia che dai primi anni 2000 paralizzava americani ed europei costringendoli a sterili negoziati all'ombra dei quali Khamenei e i suoi proseguivano la corsa al nucleare.

Anche in questo caso la svolta arriva già nel primo mandato quando Trump - fregandosene del biasimo e delle condanne internazionali - decreta l'abbandono degli accordi sul nucleare siglati dall'America di Obama. Accordi subito sostituiti dalle durissime sanzioni che innescheranno la crisi economica origine e causa dell'attuale rivolta.

Mosse che trovano il loro definitivo compimento lo scorso 22 giugno quando Trump manda i bombardieri B2 a colpire i siti di Fordow, Natanz e Isfahan assestando la prima vera battuta d'arresto ai progetti nucleari della Repubblica Islamica. Fatti e trascorsi che Khamenei e i suoi ayatollah non possono dimenticare. Anche perché stavolta il rischio è quello di un definitivo colpo di grazia.

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