Solo tre i casi di cedimento di un cavo Il report di novembre: "La traente è ok"

Eventi come quello del Mottarone sono rarissimi: era accaduto al Cermis nel 1976, a Champoluc nel 1983 e a Corvara nel 1986

Solo tre i casi di cedimento di un cavo Il report di novembre: "La traente è ok"

Solo tre volte le funi del destino si sono rotte, senza cause immediatamente evidenti. Negli ultimi 65 anni, i giorni nefasti di funivie e impianti non sono pochi, ma nemmeno molti, basandosi sulle gelide regole della statistica.

Una ventina gli incidenti gravi, fra Italia ed Europa, dal 1957, con Cogne in Valle d'Aosta, ad aprire il catalogo delle tragedie. Allora l'unica vittima fu un minatore, nell'impianto che serviva le miniere oggi chiuse. Prima del Mottarone, già alcuni incidenti sono apparsi più assurdi di altri: c'è quella trave di cemento armato, trasportata da un elicottero, che colpisce l'impianto tirolese dell'Oetzal nel settembre 2005 e fa 9 morti. La mente degli italiani, però, corre alla doppia tragedia del Cermis. Sopra Cavalese la stessa funivia causò, prima, la morte di 42 persone, nel marzo 1976, per una fune portante che saltò e che poi, nel febbraio 1998, fu di nuovo tranciata. Allora furono le manovre scellerate di un aereo militare Usa a causare 20 vittime. Altri velivoli hanno tranciato i cavi: accadde sul Monte Bianco nel 1961, con 6 morti e decine di persone bloccate nel vuoto per 18 ore. E riaccadde sul Lagazuoi, fra Alta Badia e Cortina d'Ampezzo nel 1987, quando, però, si salvarono tutti: i freni allora entrarono in azione, agganciarono le funi portanti e i piloti si paracadutarono a terra. Il bilancio più grave per un impianto a fune si consuma a Kaprun in Austria, con la funicolare che, nel novembre 2000, va a fuoco, uccidendo 155 persone. Solo tre volte, però, è stato un cavo a rompersi «autonomamente»: oltre al Cermis '76, è accaduto a Champoluc nel febbraio 1983. Allora i morti sul Crest furono 11, quando tre cabine più piccole scivolarono sulle funi che poi si ruppero, innescando un terribile effetto domino. A Corvara nel luglio 1986 il bilancio fu di un solo ferito, l'unico passeggero diretto al Piz Boé. E solo qui, oltre a Mottarone, è stata la fune traente a cedere per via di un corpo estraneo che era caduto fra gli ingranaggi della stazione motrice. Una tragica dinamica che forse, insieme allo scarrocciamento della fune dalle pulegge, potrebbe spiegare anche quanto accaduto a Mottarone. Al netto, però, di quei freni manomessi colpevolmente che sono la ragione della tragedia nei cieli di Stresa, ma non la causa prima dell'incidente. Il laceramento della fune è un evento più unico che raro. Per questo Mottarone sembra, tristemente, la tragedia perfetta, altra formula asettica per definire un dramma enorme. Con i freni in funzione, nonostante la fune rotta, 14 vite avrebbero potuto essere salvate, agendo tempestivamente ed evacuando la cabina che sarebbe rimasta ancorata alle funi portanti. Succede, è già successo: in primis proprio domenica scorsa, sulla cabina gemella che scendeva a valle verso Stresa. Sempre nel 2001, 40 persone furono evacuate da Mottarone: l'impianto si bloccò per un black out. Complice il vento, le oscillazioni della cabina fecero accavallare i cavi che emblematicamente la fune sotto accusa data al 1998 ma a novembre 2020 ha passato gli ultimi controlli risultando in buono stato - erano già quelli che hanno ceduto domenica scorsa. Le funi che si accavallano sono un evento altamente previsto: il vento è la principale causa.

Gli interventi di evacuazione sono spesso spettacolari, lunghi e ricchi di suspense ma effettuati in sicurezza. Come nel 2016 sul Monte Bianco, quando 110 persone trascorsero la loro notte più lunga sospesi nel vuoto o a Cervinia, vigilia di Natale dello stesso anno, quando servirono 7 ore per far scendere 153 persone. Tutto va come deve proprio grazie alla presenza di freni che ancorano l'impianto ai cavi portanti. Quelli che a Mottarone sono stati deliberatamente messi fuori uso.

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