La sorella di Kim e quell'invito a Moon (che lascia a Trump la parte del cattivo)

«Summit a Pyongyang». Seul: stop esercitazioni militari con gli Usa

La sorella di Kim e quell'invito a Moon (che lascia a Trump la parte del cattivo)

Continua sotto la bandiera con i cinque cerchi il minuetto della pace tra le due Coree. A menare le danze a Pyeongchang, tra un'apparizione e l'altra sulle tribune degli eventi sportivi iniziati venerdì, è l'ineffabile Kim Yo-jong, sorella minore e consigliera maggiore del dittatore rosso Kim Jong-un, che ai Giochi ha inviato lei e il 91enne «capo dello Stato» Kim Jong-nam in un'inedita missione diplomatica.

L'offensiva del sorriso (Yo-jong a Pyeongchang sorride sempre, anche ieri quando ha assistito al disastroso 0-8 rimediato dalla squadra unificata coreana di hockey con la Svizzera) dei nordcoreani ha fatto registrare ieri un nuovo importante capitolo: la sorella del «piccolo rocket man» (così lo chiama in tono sprezzante Donald Trump) ha consegnato al presidente del Sud Moon Jae-in una lettera d'invito nella capitale del Nord Pyongyang. Nella missiva si poteva leggere che Kim Jong-un è pronto a incontrare Moon «il prima possibile».

Gli osservatori più ottimisti e quelli più frettolosi o superficiali vedono in queste mosse del regime del Nord una conferma di una sincera volontà di giungere a una pacificazione nei rapporti tra le due Coree, senza perdere troppo tempo a domandarsi su quali basi essa potrebbe fondarsi. Altri notano invece che attirando il leader sudcoreano in un processo distensivo molto mediatizzato, fatto di gran proclami ma (almeno per ora) di nessun elemento concreto, il nipotino di Kim Il-sung smentisce una volta di più quanti lo giudicavano un velleitario pazzoide. Al contrario, il giovane leader nordcoreano dimostra di star perseguendo una lucida strategia di divisione dei suoi avversari, sfruttando con abilità le caratteristiche di ognuno di loro. Un gioco sottile e pericoloso che potrebbe anche condurlo nel baratro, ma che per adesso funziona eccome.

Il primo obiettivo di Kim Jong-un, come è noto, non è la pace con la Corea del Sud, ma la sopravvivenza del suo corrotto regime dittatoriale. Per ottenere questo, ammaestrato dalla pessima fine fatta da Gheddafi in Libia e da Saddam Hussein in Irak, egli ha perseguito l'obiettivo di dotarsi di un arsenale atomico per ricattare i suoi vicini e rendersi immune dalle minacce militari dei loro alleati americani: obiettivo conseguito.

Secondo obiettivo è quello di dividere la Corea del Sud dagli Stati Uniti, e per far questo Kim punta abilmente sul fatto che il presidente Moon si è fatto eleggere promettendo di negoziare con il Nord invece che di metterlo spalle al muro militarmente. Kim blandisce quindi Moon, gli offre ciò che desidera e in cambio ottiene ciò che gli serve: è di ieri la notizia che Seul ha respinto la richiesta del leader giapponese Shinzo Abe (anche lui finito nel mirino dei missiloni nordcoreani) di riprendere in tempi rapidi le esercitazioni militari con Tokio e Washington. Impegnato a «fare la pace», Moon si sfila da «preparativi di guerra» che sono in realtà l'unico efficace strumento di pace con chi sfodera sorrisi mentre collauda nuove armi micidiali e minaccia di usarle.

Da ultimo, il presidente sudcoreano ha replicato all'offerta di Kim raccomandandogli di «riprendere i contatti con gli Stati Uniti». A Pyongyang, probabilmente, va benissimo: il loro obiettivo finale, infatti, è quello di essere accettati a Washington come nuova potenza nucleare. E questo chiederanno a Trump. L'unico, forse, che il «piccolo rocket man» non ha però valutato bene nei suoi schemi sottili: la parte del cattivo che Kim vuole rifilargli potrebbe decidere di svolgerla davvero.

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