La sospensione temporanea del Patto di Stabilità, evocata alla luce della crisi iraniana, apre uno scenario che per l'Italia vale fino a 28 miliardi di euro di spazio fiscale aggiuntivo. È quanto emerge dall'analisi del Centro studi Unimpresa, che fotografa tre scenari possibili ma, soprattutto, mette in luce un dato meno evidente: anche quando l'Europa allenta le regole, non tutti gli Stati possono agire allo stesso modo.
Il punto di partenza è il quadro programmatico di finanza pubblica italiana per il 2026, con un deficit previsto al 2,8% del Pil. Da qui, ogni decimale aggiuntivo vale circa 2,3 miliardi. In uno scenario prudente, con un deficit al 3%, si libererebbero appena 4,6 miliardi. Una cifra utile per interventi mirati, ma insufficiente per fronteggiare uno shock energetico prolungato. Nel caso intermedio, con un ritorno al 3,4% del Pil, lo spazio salirebbe a 13,9 miliardi, consentendo una risposta più strutturata su energia, imprese e redditi. Solo nello scenario più espansivo, con deficit al 4%, si arriverebbe a circa 28 miliardi, una dimensione comparabile a una vera manovra anticiclica.
Tuttavia, lo stesso studio chiarisce come questa ultima ipotesi sia legata a un deterioramento marcato del quadro macroeconomico europeo e a una decisione politica forte da parte di Bruxelles, simile a quella adottata durante la pandemia. In assenza di una crisi sistemica, appare più probabile un allentamento limitato e temporaneo, che restringe di fatto il campo d'azione. È qui che emerge il nodo centrale: lo spazio teorico non coincide con quello effettivamente utilizzabile.
Il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi, lo sintetizza in modo netto. "In presenza di emergenze di questa portata, garantire agli Stati nazionali spazi fiscali aggiuntivi non è un cedimento alla irresponsabilità finanziaria: è una scelta di politica economica razionale", ha chiosato. La traiettoria del debito pubblico, tuttavia, resta infatti il vero vincolo. Dopo il picco del 154% del Pil nel 2020, il rapporto è sceso grazie all'inflazione e alla ripresa nominale, ma senza una riduzione reale dello stock, ormai a circa 3.140 miliardi. In un contesto di crescita contenuta, qualsiasi shock esterno rischia di invertire rapidamente la tendenza, rendendo più complesso giustificare deviazioni significative dai percorsi di rientro.
Questo quadro aiuta a comprendere perché la discussione sulla flessibilità europea non possa essere letta solo in termini di numeri. Anche in presenza di nuove regole sugli aiuti di Stato o di margini aggiuntivi di deficit, il rischio è che si crei una asimmetria di fatto tra Paesi. Un rischio che trova già una conferma concreta nelle decisioni più recenti di Bruxelles.
La Commissione Ue ha infatti autorizzato la Germania a varare un piano da 3,8 miliardi per sostenere le imprese energivore, introducendo un prezzo dell'elettricità agevolato per una parte rilevante dei consumi. La misura è stata giudicata coerente con gli obiettivi europei di transizione energetica e competitività industriale.
Il nuovo quadro sugli aiuti di Stato che sarò discusso la prossima settimana poggia su queste basi: è formalmente aperto a tutti, ma alla fine potrà essere utilizzato soprattutto dai Paesi con maggiore capacità fiscale. Come la Germania.