Sotto torchio i due capi complici di Montella

Dal pm il maggiore Bezzeccheri e il capitano Orlando, accusato anche da un trans

Oggi sarà il giorno dei pesci grossi: entro 48 ore saranno interrogati sia la moglie, fedele factotum di Giuseppe Montella, sia il maresciallo maggiore Marco Orlando e il maggiore Stefano Bezzeccheri, rispettivamente comandanti della Stazione Levante e della Compagnia di Piacenza. Quanto sapessero, tacessero o quanto si compiacessero di quel record di arresti dai metodi robusti: anche a questo mireranno le domande degli inquirenti.

Dalle carte emergerebbe che Orlando fosse costantemente bypassato da Giuseppe Montella, l'appuntato ritenuto al vertice degli orrori di via Caccialupo. Bezzeccheri, invece, ci teneva: in più occasioni avrebbe chiesto a Montella di spingere sull'acceleratore delle operazioni per ben figurare, soprattutto sulle altre caserme della zona. Peppe lo prendeva in parola e ci metteva del suo. Il brutto, il cattivo, il carrierista, ma anche il codardo, il distratto che nulla vedeva, ma ubbidiva gli ordini. Peccato che questi militari, nella loro indigestione di violenza e fiction, non abbiano ripassato semmai un cantore di quella via Emilia dove l'Arma li aveva destinati. «Un buon maresciallo si riconosce dal numero di ufficiali che lo hanno comandato e non dal numero di soldati che ha fatto filar dritto»: lo scrive Tondelli, non Garrone e sembra scritto apposta per l'indagine Odysseus, storia di forti coi deboli e viceversa, se è vero che i militari hanno tutti «cantato», oltre che a lungo singhiozzato.

L'unico che per ora ha taciuto - secondo i legali - «per vergogna» è dipinto, nelle carte, come quello dallo schiaffone più facile. Su tutti ha parlato a lungo Montella: rifiuta di essere il leader di una banda. Respinge le accuse di bella vita, ammette di aver rivenduto droga sequestrata, «Al massimo per 5mila euro», ma soprattutto che quel mutuo e un finanziamento da restituire sì, gli avessero fatto balenare l'idea di arrotondare, mettendo su un giro del fumo con cui minacciare i pusher per farne informatori.

Combacia, infatti, per ora il loro racconto, mentre emergono, extra indagini, alcune testimonianze pesanti: Hicham Hikim, spacciatore marocchino, dopo 3 anni di galera, ha denunciato di essere stato vittima del metodo Montella. «Rifiutai di fare l'infame e diventare informatore: mi hanno fatto arrestare mettendomi in tasca della droga non mia. Ora che tutti conoscono Beppe, spero che gli inquirenti mi trovino credibile».

Dinamica fotocopia anche per un trans brasiliano del giro di via Torta, ben noto a quelli della Levante. Fino al 2013 era stato informatore della Narcotici della Polizia. Un'indagine dei «cugini» carabinieri aveva contribuito ad azzerare i vertici, inquisiti per favoreggiamento della prostituzione e abuso d'ufficio. A condurla proprio Rocco Papaleo, che comandava la caserma Levante e che, nei mesi scorsi con le sue rivelazioni, ha scoperchiato il vaso di pandora. «Con l'arrivo del successivo comandante (Orlando ndr) ricorda il trans iniziò l'inferno: pretendevano informazioni. Se non collaboravo erano minacce di rispedirmi in Brasile o peggio mi costringevano a prestazioni sessuali gratis». Ora chiede di essere sentito dai pm.

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