La sporca guerriglia degli emendamenti

Settecento di qua e quasi mille di là, come una raffica di mitragliatrici, come guerriglia, come un agguato, come un ricatto, per spostare un po' più in là il discorso politico, per fare del Parlamento il terreno di una battaglia sporca

La sporca guerriglia degli emendamenti

Settecento di qua e quasi mille di là, come una raffica di mitragliatrici, come guerriglia, come un agguato, come un ricatto, per spostare un po' più in là il discorso politico, per fare del Parlamento il terreno di una battaglia sporca. Bentornati nella stagione degli emendamenti, che tolgono alla politica ogni sfumatura di chiarezza. La tattica fine a se stessa come ragione di vita. Ora ti dimostro come sono più furbo di te. Montecitorio e Palazzo Madama come scenari di un videogame. Vince chi scrive più postille e rallenta il tempo. È così che si sono messi al lavoro. È la rivincita degli scribi.

Allora è successo questo. La Lega sulla legge Zan ha presentato settecento emendamenti. È il modo per stanare Enrico Letta che si rifiuta di sedersi e dialogare. I Cinque Stelle ne presentano novecento e passa per rendere la riforma Cartabia sulla giustizia un campo di sabbie mobili. Rallentare. Soprassedere. Rendere tutto difficile, rinunciando al sacro ruolo del Parlamento, che è quello di approvare o bocciare proposte e disegni di legge. È che ormai si gioca ad altro. Il potere legislativo in genere sonnecchia e si sveglia soltanto per ingaglioffarsi nel rubabandiera.

È meno faticoso e smuove i consensi. Non c'è in Parlamento alcuna traccia di parresia, quel parlare franco e senza finzioni. Questa legge mi piace e la voto, oppure dico no perché ne soppeso rischi e ambiguità. Ti aspetti che un parlamentare voti secondo coscienza, tenendo in considerazione le opportunità e le necessità del Paese. Niente da fare. Certe leggi sono solo bandiere, da sventolare davanti agli elettori come simbolo di identità. Ecco cosa siamo. È così che la politica mette in scena tutti i giorni uno scontro sfibrante di «noi» contro «loro». Non ci può essere un incontro, una mediazione. Non si va di ragione, ma solo di pancia. Se non si è abbastanza forti per vincere allora si cerca di confondere il nemico. L'emendamento serve a gettare confusione nella confusione e, allo stresso tempo, alimenta la giostra. Qualcuno dirà: ma è un legittimo strumento parlamentare. È utile per migliorare le leggi. Certo, ma non è più usato per quello. È un'arma, ormai stagionata, per dare alla politica quel senso di inutilità. Cosa risponde Giuseppe Conte a chi chiede ragione dei quasi mille emendamenti? «Vogliamo una risposta equa ed efficace». Non ha detto nulla. Ha buttato lì parole a caso. Ecco, il discorso di Conte è il contrario della parresia. È il vaniloquio. Non è il solo, naturalmente. Il Parlamento, in fondo, a molti sembra roba vecchia. La politica, quella che conta, si rappresenta altrove. È rapida, secca e si nutre di click. È slogan e indici puntati. È schiamazzo e invettiva. Fino a quando qualcuno dirà che la democrazia è sopravvalutata. Non serve un Parlamento, basta un «mi piace». Inemendabile.