Stato di emergenza, Draghi chiama i partiti (ma spera nel loro no)

Cabina di regia sulla proroga. Con una decisione negativa sarebbe più libero di salire al Quirinale

Stato di emergenza, Draghi chiama i partiti (ma spera nel loro no)

Il premier Mario Draghi, in piena campagna quirinalizia, se ne lava le mani sulla decisione di prorogare o no lo stato di emergenza. Il capo dell'esecutivo sembra aver smarrito il piglio decisionista e rimette ai partiti la scelta di prorogare lo stato di emergenza dopo il 31 dicembre 2021.

Una mossa che potrebbe spianargli la strada verso il Colle. Il ragionamento di Draghi è semplice: sa bene che i partiti, Lega in primis, sono contrari a una nuova proroga. E dunque la decisione sullo stop allo stato di emergenza, che libererebbe il premier per l'elezione del presidente della Repubblica, sarà affidata ai leader politici. Palazzo Chigi conferma che «la decisione sarà valutata e presa dalla cabina di regia che si terrà tra la fine e l'inizio della prossima settimana». In extremis. A meno di 20 giorni dalla fine dello stato di emergenza il governo non sembra ancor avere le idee chiare. Il sospetto, che ora diventa quasi certezza, è che Draghi non voglia prorogare lo stato di emergenza, per tuffarsi poi anima e corpo, dal primo gennaio 2022, alla corsa per il Quirinale. Ma lavora per scaricare la responsabilità della scelta sui partiti. In caso contrario, proroga dello stato di emergenza, il premier avrebbe qualche difficoltà a mollare la guida del Paese con una situazione emergenziale.

Ecco che allora, per la prima volta, l'ex numero uno della Bce non si affida alla scienza ma alla politica: saranno i capidelegazione a dare l'indirizzo. Antonio Tajani coglie il cuore del problema e provoca: «Noi ci rimettiamo alla scienza, Dobbiamo ascoltare gli esperti».

Il sottosegretario alla Salute Andrea Costa mette sul tavolo una proposta: «Credo sia ragionevole una proroga dello Stato di emergenza di alcuni mesi, penso fino ad aprile. Ma è una decisione che prenderemo a ridosso della scadenza. Qualsiasi sarà l'esito, l'importante è che comunque si creino le condizioni per poter usufruire di strutture efficienti che possano gestire al meglio l'emergenza, come accaduto con quella guidata dal Generale Figliuolo».

Le opzioni sul tavolo sono due. Entrambe richiedono un intervento legislativo. La prima: una mini-proroga fino ad aprile. Che richiederebbe comunque una leggina per consentire di allungare il periodo massimo previsto dalla legge di stato di emergenza fissato a 24 mesi. La seconda opzione prevede lo stop allo stato di emergenza dal primo gennaio 2022: i poteri commissariali del generale Figliuolo sarebbero trasferiti in capo alla Protezione Civile che manterrebbe il coordinamento della campagna vaccinale e di tutte le altre attività connesse all'emergenza.

Il punto non è tecnico. Ma politico: da settimane Draghi ha smesso i panni del premier decisionista. E sta andando avanti a colpi di mediazioni e compromessi: tasse, pensioni superbonus. Draghi cede alle richieste di partiti e sindacati. Ha in testa un obiettivo: scalare il Colle e lasciare Palazzo Chigi. E ora anche la decisione sulla proroga dello stato di emergenza si intreccia con la corsa al Quirinale e il posizionamento dei partiti.

Il fronte dei governatori si spacca. Roberto Occhiuto, presidente della Calabria, chiede una proroga dello stato di emergenza. Sulla stessa linea il collega Pd Michele Emiliano, governatore della Puglia. Il presidente della Conferenza Stato-Regioni, il leghista Massimiliano Fedriga, rompe il fronte: «Non è necessario. Possiamo prendere dei provvedimenti svincolati dallo stato di emergenza.

Dal palco di Atreju, Giorgia Meloni attacca: «Mario Draghi starebbe pensando di mantenere le norme e le strutture senza prorogare lo stato d'emergenza, quindi si poteva fare. La sinistra dall'inizio ha usato pandemia per limitare libertà degli italiani». Tutto rinviato alle decisioni della cabina di regia. Stavolta Draghi fa il politico.

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