Allo Stato l'80% delle tasse e le Regioni devono far tutto

All'Erario 389 miliardi. Ma metà della spesa è gestita dal territorio: ecco perché serve un vero federalismo

Allo Stato l'80% delle tasse e le Regioni devono far tutto

L'ultimo studio della Cgia di Mestre richiama l'attenzione su un dato cruciale, sintetizzato con queste parole dal coordinatore della ricerca Paolo Zabeo: «La quasi totalità delle nostre tasse finisce a Roma, ma oltre la metà della spesa viene amministrata da Regioni e autonomie locali».

Nel corso del 2015 famiglie e imprese hanno dato allo Stato ben 389 miliardi, che rappresentano il 78,8 del totale, mentre i Comuni tassano solo per il 6% (29 miliardi) e le Regioni per il 14% (70 miliardi). Se poi si aggiungono i contributi sociali (previdenziali e assicurativi), la cifra totale dei prelievi operata dallo Stato centrale giunge fino a 712,1 miliardi.

Ovviamente gli enti locali spendono ben più del 20% rappresentato dalla somma dei prelievi comunali e regionali, ma questo è reso possibile dai trasferimenti. In poche parole, Roma preleva ovunque e poi redistribuisce: con conseguenze devastanti. Una di queste è che l'azione dello Stato centrale genera figli e figliastri. Come da anni va evidenziando Gian Angelo Bellati dell'Unioncamere del Veneto, tre Regioni sono particolarmente penalizzate dalla perequazione operata da Roma: Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. Molte decine di miliardi prodotti in tali aree sono destinati altrove, operando un autentico sfruttamento territoriale destinato a generare negli anni a venire resistenze sempre crescenti. E d'altra parte quando si votò in tema di devolution, le uniche due regioni che approvarono quella che a taluni poteva sembrare una soluzione in grado di proteggere un poco le aree più produttive furono proprio Veneto e Lombardia.

Se la redistribuzione operata da Roma è discriminatoria e genera un residuo fiscale che non ha giustificazioni morali, ancor più grave è la disgiunzione tra chi paga e chi riceve.

Un formidabile vantaggio dei sistemi federali è proprio da riconoscere nel fatto che in quegli ordinamenti una classe politica che voglia spendere, prima deve tassare i propri cittadini. Quando entrate e uscite sono correlate, è ragionevole attendersi un comportamento meno irresponsabile da parte dei ceti dirigenti locali. Il parassitismo è più difficile (sebbene mai impossibile) entro giurisdizioni piccole, dato che qui i danneggiati possono spesso venire a conoscenza dei privilegi riconosciuti ad altri e opporsi con successo.

Soprattutto, quando la tassazione è localizzata esattamente come lo sono le spese, le varie realtà locali entrano in competizione e questa concorrenza limita la capacità d'azione degli uomini di governo. Governi locali che devono vivere non già di finanza derivata (la «manna dal cielo» che viene da Roma), ma invece del denaro che devono dai loro stessi territori, sono indotti a fare del proprio meglio per abbassare spese e prelievi, così da attirare i capitali e le imprese.

Lo studio della Cgia mostra non già che in questo ultimo quarto di secolo abbiamo realizzato un federalismo «a metà», ma semmai che ci siamo mossi in una direzione che di federalista non ha nulla. E d'altra parte sarebbe assurdo immaginare che un ordinamento centralizzato si autoriformi e neghi se stesso. Tutto quello che può fare è utilizzare le autonomie locali per rafforzare la propria presa sulla società.

Solo Regioni determinate a tutelare gli interessi dei propri cittadini, e quindi pronte ad avviare un vero conflitto con lo Stato centrale, potrebbero cambiare la situazione. Al momento attuale, però, non si vede assolutamente nessuno che intenda seguire tale strada.

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