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Stipendi, rimborsi, consulenze: le spese pazze di Boschi & Co.

Mentre l'istituto affonda, i vertici si riducono lo stipendio per finta e staccano buonuscite milionarie. All'ex presidente pagate le spese legali per un reato legato al dissesto

Stipendi, rimborsi, consulenze: le spese pazze di Boschi & Co.

La banca affonda, e loro cosa fanno? Spendono. "Loro" sono i vertici di Banca Etruria: il presidente Lorenzo Rosi e i vice Alfredo Berni e Pier Luigi Boschi, padre del ministro per le Riforme Maria Elena. Nelle carte della Banca d'Italia, riportate oggi da Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera, emergono i maxi stipendi (non tagliati), i rimborsi e i compensi ai consulenti esterni. Anche quando i conti dell'istituto erano sulla strada del fallimento, Rosi e compagni approvavano spese foli. All’ex presidente Giuseppe Fornasari, per esempio, hanno pagato gli avvocati nonostante il reato di cui era accusato fosse legato al dissesto dell’istituto.

I tecnici di Bankitalia rinfacciano a Rosi, Berni e Boschi di aver staccato buonuscite da oltre un milione di euro ai manager che lasciavano l'istituto. È il caso del direttore generale Luca Bronchi, indagato per le operazioni immobiliari legate al Palazzo della Fonte. Il 30 giugno 2014 il cda gli dà un indennizzo di 1,2 milioni di euro "nonostante il grave deterioramento della banca e decide di non contestargli responsabilità specifiche". La musica non cambia col successore Daniele Cabiati la cui lettera di incarico gli riconosce "una retribuzione variabile da 300 mila euro contrariamente a quanto indicato nel documento sulle 'Politiche di remunerazione' approvato dall’assemblea dei soci il 4 maggio 2014". Lo stesso vale per i "125mila assegnati al responsabile del marketing Fabio Piccinini al momento di risolvere il contratto". E poi c'è il caso di Andrea Baldini, dipendente licenziato il 28 novembre 2014 e denunciato per malversazione. Tra il 2007 e il 2014,, secondo le rilevazioni della Banca d'Italia, avrebbe trasferito sui propri conti 520mila euro con "103 operazioni anomale".

La ciliegina sulla torta, però, è il taglio degli stipendi deliberato il 22 maggio 2014. Rosi, Berni e Boschi, che prendono 180mila euro, si riducono la paghetta del 20%. Ma solo sulla carta. Perché, a conti fatti, non gli cambia nulla. Tanto che l'istituto di via Nazionale li accusa di non aver preso "interventi idonei a ristabilire l’'equilibrio reddituale del gruppo". "Le misure potenzialmente idonee ad agevolare un riequilibrio economico - si legge nel dossier riportato dal Corriere della Sera - sono state deliberate tardivamente, solo il 22 dicembre 2014 e il 9 gennaio 2015". Nel frattempo, però, vengono "corrisposti compensi per 335mila euro a dipendenti in quiescenza a fronte delle collaborazioni prestate" e approvati 15 milioni di euro per incarichi esterni. L'ex direttore generale Luca Bronchi, per esempio, ha firmato "delibere oltre i suoi poteri", pagato "prestazioni non contrattualizzate", assegnato "gli stessi incarichi a professionisti diversi" e "modificato le 'voci' di spesa".

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