Politica

La strage del viadotto: l'ad Autostrade assolto «Vergogna, assassini»

Condannati 8 imputati, la rabbia dei parenti E Di Maio spara: «Ci riprenderemo la società»

Nino Materi

Un giudice «sotto assedio». Subito dopo aver emesso la sentenza. Un giudice il cui verdetto viene contestato in un'aula di giustizia al grido di «vergogna!», «venduto!», «assassino!»: sceneggiata che - se pur comprensibile (i dissenzienti erano tutti familiari delle vittime) - non è degna di un Paese civile. Il dolore dei parenti delle 40 persone morte (il pullman su cui viaggiavano precipitò dal viadotto Acqualonga della A16 Napoli-Canosa la sera del 28 luglio 2013) giustifica molto, ma non può giustificare tutto. Il giudice monocratico Luigi Bono che ieri ha messo la parola fine (ma siamo solo al primo grado di giudizio) a un processo delicato e complesso non è né un «venduto», né un «assassino» e non deve «vergognarsi» di nulla. Il giudice Bono è solo un magistrato che ieri ha avuto il compito gravoso di mettere sulla bilancia della giustizia il peso della morale e il peso dei codici; ne è venuto fuori una sentenza sofferta con un'assoluzione - quella nei confronti dell'ad di Autostrade per l'Italia (Aspi), Giovanni Castellucci - che ha scatenato la rivolta del folla; quella stessa folla che pochi minuti prima aveva ascoltato il pm Rosario Cantelmo chiedere per Castellucci dieci anni di reclusione per omicidio colposo plurimo e disastro colposo. E invece, dopo due ore di camera di consiglio, il giudice ha optato per l'assoluzione. Otto dei 15 imputati sono invece stati condannati per gli stessi reati contestati a Castellucci. A cominciare da Gennaro Lametta, titolare dell'agenzia che programmò il viaggio e mise a disposizione il mezzo: per lui è stata accolta la richiesta del capo della procura per una pena a 12 anni. Una strage assurda, che poteva e doveva essere evitata. Dal dibattimento è infatti emerso chiaramente come l'incidente sia stato provocato da un bus turistico «malandato e fuori controllo», alla cui guida c'era un autista che «preferì proseguire verso Pozzuoli piuttosto che ascoltare i 49 passeggeri che chiedevano di fermarsi per gli strani rumori che sentivano». Concausa del dramma (e da qui le responsabilità di Autostrade per l'Italia) la presenza sul tratto autostradale di una «barriera con gli ancoraggi corrosi». Ma anche dopo la sciagura si fece di tutto per coprire «colpe e negligenze», come dimostra la condanna a 8 anni della funzionaria della Motorizzazione Civile di Napoli, Antonietta Ceriola, che «falsificò i documenti della revisione del bus, d'accordo con Lametta». Dimezzate invece le richieste del pm per i dirigenti di Aspi, che si sono avvicendati nella gestione del Tronco di Cassino, il tratto dove il bus finì nel burrone a seguito della rottura dei freni e del cedimento del guardrail. Di fronte ai 10 anni di reclusione richiesti, il giudice ne ha riconosciuti 6 per Nicola Spadavecchia e Gianluca De Franceschi, 5 e 6 mesi per Michele Renzi, Paolo Berti, Bruno Gerardi e Gianni Marrone. «Una sentenza che ci soddisfa a metà», ha sottolineato uno dei legali di Aspi. Un commento legittimo, ma che forse sarebbe stato meglio evitare per opportunità. Idem per la dichiarazione sopra le righe del vicepremier, Di Maio: «Ci riprenderemo la società. Sono incazzato anch'io».

E figuriamoci come sono incazzati gli italiani con un vicepremier incapace di rispettare le sentenze e che chiama «feccia» la classe politica cui lui stesso appartiene. Dopo la lettura delle motivazioni è certo il ricorso in appello. Con la giostra giudiziaria che riprenderà a girare finendo poi la corsa in Cassazione. Almeno si spera.

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