Quella straordinaria normalità

In tantissimi articoli sia della stampa straniera sia italiana diversi autori parlano di ritorno alla normalità, o meglio ad una diversa normalità

Quella straordinaria normalità

In tantissimi articoli sia della stampa straniera sia italiana diversi autori parlano di ritorno alla normalità, o meglio ad una diversa normalità commentando sia lo stato di lockdown che costringe intere popolazioni all'isolamento sia alle conseguenze socioeconomiche che perdureranno nel tempo che cambieranno il nostro di vivere, lavorare e studiare. Soprattutto nel nostro paese sì è percorsa e si sta percorrendo la strada della straordinarietà. Un esempio su tutti la costituzione di ben 17 task force composte da 494 «esperti» (fonte Nomos) ad ausilio del governo centrale. Prendendo il caso più eclatante della Task force del Ministero dell'Istruzione composta da 100 esperti (la parte straordinaria) che si correla alla parte chiamiamola «ordinaria» composta da 228 dirigenti ministeriali e 6178 dirigenti scolastici (fonte Conto Annuale 2018). Che quest'ultimi che «normalmente» da anni svolgono un ruolo delicato e fondamentale per assicurare il buon funzionamento della scuola nel nostro paese non siano in grado di gestire e configurare una relativa soluzione per l nostre scuole che sappia attraversare e superare questa crisi scaturita dalla pandemia? In sostanza il tema che mi pongo è se dobbiamo sperare nella straordinarietà per avere davanti a noi un futuro di sviluppo sociale ed economico o in una normalità diversa? Cosa significa normalità o meglio ordinarietà? Senza semplificare un quadro drammatico e imprevedibile ma appare chiaro che al nostro paese manca una ordinarietà responsabile e da valorizzare. La dimostrazione sta nel vedere come ci organizziamo dopo eventi «straordinari». La Corea del Sud dopo la MERS-CoV del 2015 (fatto straordinario che causò la morte di 38 persone), un coronavirus che attaccava le vie respiratorie nato in Arabia Saudita si organizzò portando ad «ordinario» una serie di azioni e prassi che poi le hanno consentito senza fare neanche un giorno di lockdown di avere su circa 51 milioni di abitanti 247 morti e meno di 11.000 infetti! Nel nostro paese dopo una serie di terremoti catastrofici vedi quello del Friuli (1976) con 990 morti e quello dell'Irpinia (1980) con circa 2900 morti, abbiamo commemorato lo scorso 6 aprile gli 11 anni trascorsi dal terribile terremoto che colpì l'Abruzzo e in particolare il suo capoluogo L'Aquila, con 309 morti. Dopo ben 11 anni, si stima che ne manchino almeno altri 3/4 per completare la ricostruzione che è arrivata a circa il 70%. Parafrasando Tiziano Terzani: «Di questa normalità dovremmo avere vergogna», scriveva per altri contesti nel libro Lettere contro la guerra, pubblicato nel 2002. Al netto di sottolineature appare chiaro in questo caso, come in altri, che il nostro paese deve recuperare il senso della normalità, quella normalità fatta da ordinarietà che è l'unica via per assicurare una efficiente ed efficace gestione della cosa pubblica e della nostra vita privata. Una ordinarietà che richiede due ingredienti indispensabili: responsabilità e programmazione. La prima coinvolge tutti i cittadini (noi tutti) e le istituzioni o meglio le persone che protempore le rappresentano e le guidano e vi operano. Quel senso di responsabilità che ad esempio ha contraddistinto i tantissimi operatori sanitari a tutti i livelli nei nostri ospedali. La seconda, che è quella che manca da tempo al nostro paese, è un progetto di medio lungo termine che indichi cosa vogliamo che sia il nostro paese tra 10 anni e più, indispensabile non solo per dare una visione paese verso la quale muoversi all'unisono (privato e pubblico) ma per permettere alle persone responsabili di lavorare attraverso quel senso di normalità che è quello che fa relativamente la differenza nella capacità di un paese di assicurare ai propri cittadini un futuro migliore e traguardare nel tempo gli obiettivi preposti. Responsabilità e comunità, comunità dei fini e programmazione se non «arrendersi» a Erasmo da Rotterdam: «La vita umana non è altro che un gioco della follia».

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