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Strategia Donald: la stabilità reciproca chiave per un'intesa

Il nuovo assetto basato su una forma di convenienza simmetrica. Ecco i vantaggi

Strategia Donald: la stabilità reciproca chiave per un'intesa
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Le dichiarazioni di Donald Trump sulla risoluzione del conflitto con l'Iran in soli 15 giorni non devono essere interpretate come una forma di improvvisazione retorica, bensì come l'applicazione chirurgica e coerente della dottrina negoziale esposta nel suo libro di maggior successo: The Art of the Deal. La scadenza più che un termine tecnico di natura militare, rappresenta un elemento psicologico inteso al fine di comprimere i tempi della decisione politica e, quindi, trasformare uno stallo potenzialmente infinito in una partita con una scadenza stringente.

Questa strategia negoziale di Trump mira alla reciproca stabilizzazione attraverso un nuovo equilibrio che renda molto costoso il ritorno alle armi, al punto da creare le premesse per un'intesa duratura. Il fulcro del piano risiede in uno scambio strutturale di reciproca convenienza. Washington esige l'annullamento definitivo del programma nucleare iraniano attraverso una soluzione radicale: l'esternalizzazione totale del ciclo dell'uranio.

L'Iran rinuncerebbe all'arricchimento sul proprio suolo, trasferendo le attività in un consorzio internazionale situato in paesi terzi neutrali, garantendo così l'impossibilità tecnica di una diversione militare. Parallelamente l'accordo impone l'eliminazione totale delle capacità missilistiche a lungo raggio, neutralizzando la minaccia balistica che ha finora destabilizzato la regione.

Sul fronte marittimo, l'accordo prospetta una soluzione innovativa dove l'Iran garantisce la libertà di transito nello Stretto di Hormuz, vedendosi però riconosciuto un ruolo di gestione istituzionalizzato. L'introduzione di una tassa di transito coordinata con partner come l'Oman è una proposta che trasforma una zona di conflitto in una risorsa economica legale. Infine, gli Stati Uniti offrirebbero lo sblocco integrale degli asset e la rimozione delle sanzioni.

Capovolgendo la logica sanzionatoria, questo nuovo assetto economico favorirà un inesorabile ammorbidimento interno del regime: il progresso e la ricchezza, in questa visione, producono maggiore libertà e democrazia, erodendo dall'interno le strutture autocratiche. Per i mercati mondiali rappresenta l'unica vera via d'uscita da un'incertezza sostanzialmente cronica posto che la stabilità dello Stretto di Hormuz è il pilastro della sicurezza energetica globale e un regime di navigazione certo elimina il rischio di choc violenti sui prezzi.

In prospettiva, la probabilità di successo dell'accordo è garantita dalla sua natura simmetrica. Trump potrà vantare di aver eliminato una volta per sempre la doppia minaccia nucleare e missilistica iraniana, le ragioni cardine della sua discesa in campo, e di aver inoltre favorito una stabilità globale senza precedenti. Di fronte alla scelta tra una rovina certa e un futuro di crescita economica immediata, la dirigenza iraniana dovrebbe scegliere l'accordo proposto dal presidente Trump, ponendo fine alla crisi in tempi brevi.

Tale eventuale accettazione poggia sul calcolo della pura razionalità politica: per Teheran il rifiuto non produrrebbe alcun vantaggio strategico, ma solo l'autodistruzione del sistema sociale sotto il peso della massima pressione statunitense.

La dirigenza iraniana, agendo come un attore razionale volto alla propria conservazione, dovrebbe preferire la garanzia di stabilità e l'accesso immediato alla ricchezza globale rispetto al rischio reale di un annientamento militare e di una rivolta interna alimentata dalla miseria. In questo schema, il pragmatismo batte l'ideologia perché la sopravvivenza stessa del regime diventa legata a doppio filo alla firma dell'accordo proposto da Trump.

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