Mentre le diplomazie internazionali hanno brindato, negli ultimi giorni, al cessate il fuoco a terra, l'economia globale osserva con il fiato sospeso il nuovo e preoccupante fronte tra le onde. La guerra insomma non si è fermata, si è semplicemente spostata.
Ieri mattina, dalla televisione di stato iraniana è stato pubblicato un video che mostrerebbe i pasdaran che sequestrano due navi commerciali nello Stretto di Hormuz. L'oggetto delle tensioni sono la Msc Francesca, accusata di essere "collegata a Israele" e la nave greca Epaminondas, che sarebbe stata "sprovvista dei permessi necessari". Anche una terza nave, la Msc Euphoria, è stata colpita mentre navigava nello Stretto. Secondo l'agenzia Fars, affiliata a Teheran, l'imbarcazione sarebbe rimasta incagliata al largo dell'Iran. Il sequestro delle navi cargo non è però un atto di pirateria d'altri tempi, ma una vera e propria strategia geo-economica. Oggi non serve affondare una nave per vincere, sequestrarla può fare ancora più paura.
Gli attacchi via mare, però, non si limitano alle azioni dei pasdaran, anche l'Occidente sta entrando in azione. Donald Trump, ieri, in un post sul suo social Truth, ha infatti detto di aver "ordinato alla Marina degli Stati Uniti di sparare e affondare qualsiasi imbarcazione, per quanto piccola possa essere (le loro navi da guerra sono TUTTE, 159 in tutto, in fondo al mare!), che stia posizionando mine nelle acque dello Stretto di Hormuz. Non ci deve essere alcuna esitazione". Un ordine che potrebbe mettere, nuovamente, in dubbio la fragile tregua.
La risposta sul mercato è stata immediata. Il prezzo del petrolio ha subito un'impennata non appena l'Iran ha dichiarato di aver sequestrato due navi mercantili nello Stretto di Hormuz e di averne colpita una terza mercoledì, salendo di nuovo oltre i 105 dollari al barile (+3,2%). Si tratta di una novità, dei primi sequestri di questo tipo da parte di Teheran dall'inizio della guerra, ormai risalente a quasi otto settimane fa.
Non solo petrolio, anche il gas si è mosso verso l'alto tornando a 44,3 dollari a megawatt (+1,8%) ora sulla Borsa di Amsterdam. Chiusura mista per i principali listini europei: il Ftse Mib di Milano ha guadagnato lo 0,26%, dopo un inizio di seduta in rosso; a Parigi, il Cac 40 ha concluso la giornata in crescita dello 0,87 percento. Sul fronte opposto, il Dax tedesco ha perso lo 0,16%, mentre a Londra, il Ftse 100 ha lasciato lo 0,19 percento. Nel frattempo Wall Street è rimasta in territorio negativo (-0,63% aggiornato alle ore 20 italiane).
Il sequestro delle navi a Hormuz e il timore delle mine non sta solo paralizzando il Golfo e portando una nuova ondata di tensione sui prezzi energetici, ma sta provocando un effetto domino che arriva fino al Canale di Panama. L'inaccessibilità delle rotte meridionali sta costringendo gli acquirenti asiatici, alla disperata ricerca di petrolio e gas, di accalcarsi sulle rotte marittime globali alternative, spostando l'asse dell'approvvigionamento sulla costa statunitense. La libertà di movimento però, chiaramente, non è gratuita. Se prima della crisi di Hormuz un'asta per uno slot di transito a Panama costava mediamente 130mila dollari, oggi i prezzi medi sono cresciuti di oltre sei volte superando gli 830mila dollari per transito, secondo i dati raccolti da Argus Media.
L'impennata delle spedizioni di petrolio e carburante attraverso il canale, che rappresenta la rotta più breve tra la costa del Golfo e l'Asia, ha fatto aumentare i tempi di attesa per le petroliere fino a 4,25 giorni, il livello più alto delle ultime sei settimane.Diventa così evidente che, nello scacchiere geo-economico del 2026, la distanza è stata sostituita dal costo, un costo necessario se non si vuole fermare mezzo mondo.