Sull'autonomia è rissa Lombardia e Veneto "sfiduciano" il premier

Zaia e Fontana durissimi contro i «cialtroni» M5s Palazzo Chigi: inqualificabili, c'è l'ok della Lega

Telefonate notturne, «chiarimenti personali», decibel che si abbassano. Assolto dopo breve processo Luigi Di Maio, «perché è una persona corretta», adesso Matteo Salvini ha messo il premier nel suo mirino, pronto pare a impallinarlo se non si piegherà sui soldi per l'autonomia regionale. «Ormai è inaffidabile - si è sfogato con i suoi - È andato in Europa con una linea europeista fedele ai vincoli contabili, rinnegando la nostra, e per il commissario Ue ha lavorato per altri, non per Giorgetti». Conclusione: «La crisi non è archiviata. Se nel governo c'è chi non lavora o lavora male, la colpa non è solo dei ministri ma di chi coordina la squadra...». Insomma, nemmeno un rimpasto basterebbe più, il leader leghista per continuare l'alleanza con i Cinque stelle chiede la testa di Giuseppe Conte. Ma la otterrà? Difficile.

La crisi infatti, se non è archiviata, è quanto meno congelata. E il presidente del Consiglio, accusato da Salvini di troppo protagonismo e scarsa neutralità, appare, o si ritiene, un po' più in sella del solito, sia a livello internazionale che interno, e coperto dal Quirinale. Addirittura, stando ai sondaggi, è sorprendentemente in testa nella classifica dell'affidabilità. Il presidente del Consiglio è poi convinto che la minaccia della Lega di far saltare il banco e andare al voto sia un'arma spuntata: la finestra per elezioni a settembre è chiusa e per dopo c'è l'ostilità di Mattarella, che vuole mettere in salvo la Finanziaria. Insomma, Conte si sente forte, al punto che nel vertice dell'altra mattina, approfittando dell'assenza di Salvini, ha frenato la riforma dell'autonomia, uno dei cavalli di battaglia del Carroccio, cancellando la possibilità di assumere docenti a livello locale.

Il vicepremier non l'ha presa tanto bene, anzi l'ha considerata una provocazione e ha scatenato la cavalleria. Immediata la rivolta dei governatori del Nord. «Ci sentiamo presi in giro - dice il veneto Luca Zaia - Produciamo 150 miliardi di Pil e siamo stanchi di riunioni che non portano a nulla. Non è il governo che decide, Conte adesso ha due strade, o ci presenta un testo o getta la spugna e manda all'aria tutto». Avvelenato pure il lombardo Attilio Fontana: «Il Paese è in mano a dei cialtroni che per un pugno di voti soffocano un volano di crescita. Se le premesse sono queste, da parte mia non ci sarà nessuna disponibilità a sottoscrivere l'intesa». Conte liquida come «inqualificabili» gli attacchi dei governatori e pare intenzionato ad andare avanti come un carro armato, smontando pezzo pezzo la legge, prendendo tempo, eliminando gli aspetti che possono entrare in conflitto con l'unità nazionale. E la scuola, spiega il premier, «deve essere uguale per tutti, non è un modello che può essere frammentato». Fonti del governo sottolineano poi come sulle ultime modifiche ci sia stato anche l'ok della Lega.

Domani o martedì è previsto un altro incontro a Palazzo Chigi per decidere la controversa questione degli stanziamenti. Lì sui danè, cioè sul finanziamento della riforma, la Lega vuole farne la linea del Piave, magari l'occasione buona per rimettere in moto il meccanismo della crisi: non è un problema marginale, si sta parlando dell'applicazione di un referendum popolare. Sarà l'incidente per rompere? «Ma se l'autonomia viene negata - si chiede Roberto Maroni dando voce a parecchi malesseri interni - che cosa ci stiamo a fare al governo?».

E il giorno dopo al Senato altro test decisivo: Conte parlerà del Russiagate. Ad ascoltarlo, nei banchi della Lega e non in quelli del governo, probabilmente ci sarà lo stesso Salvini, pronto a replicare nel caso non venga adeguatamente difeso. Che dirà il presidente del Consiglio?

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Ritratto di venividi

venividi

Dom, 21/07/2019 - 09:49

Dove sono Toti e Cota?