Aurelio Regina, delegato Confindustria per l'Energia, se il conflitto dovesse durare a lungo, quanto potrebbe reggere il sistema?
"È ancora presto per stimare l'impatto economico reale: molto dipenderà dalla durata della crisi. Gli effetti però sono già seri. Se dovesse protrarsi potremmo trovarci davanti a cambiamenti strutturali nei mercati energetici ma anche in quelli commerciali. C'è una doppia crisi: da un lato il costo dell'energia, dall'altro l'uscita delle merci verso mercati che registravano tassi di crescita significativi".
L'industria ha una soglia di resistenza?
"La soglia è già stata superata. Oggi l'energia non è solo un costo produttivo: è una piattaforma abilitante. Fa la differenza nella capacità di attrarre investimenti manifatturieri, nello sviluppo delle infrastrutture digitali e dei datacenter. Se l'elettricità costa troppo, il rischio è non riuscire più a sostenere produzioni ad alto valore aggiunto e occupazione qualificata. Perciò diciamo da tempo che l'energia è un tema di sicurezza nazionale".
Il dl Energia può aiutare le imprese?
"Lo abbiamo valutato positivamente perché interviene su alcune distorsioni del mercato nate soprattutto dopo la crisi russo-ucraina. Penso ad esempio al peso delle quote di emissione: il costo della CO2 è passato in pochi anni da circa 6 a oltre 80 euro a tonnellata, contribuendo all'aumento dei prezzi dell'energia elettrica in un sistema come il nostro dove il prezzo marginale lo fa spesso il termoelettrico. Il decreto interviene anche su altre anomalie e nel medio periodo può ridurre il gap di prezzo".
Serve altro?
"Visti i livelli di prezzo, abbiamo chiesto al governo una task force permanente con le imprese per monitorare gli effetti delle crisi e valutare rapidamente le contromisure. Molte dovranno essere europee: in questa fase emergenziale una sospensione dell'Ets ci consentirebbe di competere con Paesi che non hanno una carbon tax o la hanno molto più bassa".
Serve anche un vero mercato unico dell'energia in Europa?
"Lo sosteniamo da tempo. L'Europa non è davvero interconnessa né dal punto di vista infrastrutturale né da quello regolatorio. Ci sono ancora molti egoismi nazionali. Un esempio è il caso della Spagna, che potrebbe essere un grande hub energetico, ma manca una piena interconnessione con il resto d'Europa. Senza un vero mercato unico sarà difficile ridurre i prezzi e accelerare la decarbonizzazione".
Il contesto globale, però, resta complicato.
"Molto. Il Medio Oriente per il nostro export è un mercato in crescita per moltissime categorie di prodotto. Se quell'area si destabilizza, il problema si somma alla guerra commerciale in atto".
Come può reagire l'industria italiana?
"Diversificando mercati e rafforzando i fattori abilitanti della competitività. Il nostro sistema industriale ha dimostrato grande capacità di adattamento, ma servono condizioni di sistema adeguate, a partire dal costo dell'energia".
Il rischio di deindustrializzazione resta alto. Il nucleare è parte della soluzione?
"Dobbiamo cambiare il mix energetico per avere più sicurezza e prezzi più sostenibili. Le rinnovabili restano fondamentali, soprattutto il fotovoltaico, ma sono fonti intermittenti. Servono anche fonti stabili: nella transizione il gas e, in prospettiva, il nucleare di nuova generazione come gli Smr.
Per un grande Paese industriale servono grandi quantità di energia prodotta in modo sicuro, competitivo e decarbonizzato. Le tecnologie mature per farlo sono due: rinnovabili e nucleare. Oggi dobbiamo lavorare per creare una visione di futuro".