
Due ragioni principali spiegano perché il summit euroasiatico di questo fine settimana a Tianjin in Cina proporrà con prospettive di successo un'esplicita alternativa al mondo attuale tuttora egemonizzato dagli Stati Uniti. La prima è la crescente inquietudine generata nel mondo dalla caotica politica estera del presidente Donald Trump: Xi Jinping si trova offerta su un piatto d'argento l'opportunità di offrire una poco raccomandabile stabilità a un mondo che vede dinamitate alla base dal suo stesso beneficiario numero uno certezze vecchie di ottant'anni. La seconda è la demolizione, attuata per paradosso dal leader della storica potenza capitalistica egemone del pianeta, del sistema basato sul libero scambio globale.
A Tianjin Trump non ci sarà. Ma saranno presenti i leader di tre dei più grandi Paesi del mondo: oltre al cinese Xi, Vladimir Putin per la Russia e Narendra Modi per l'India. E parleranno principalmente di lui. Soprattutto della sua politica dei dazi che scuote gli equilibri economici mondiali, e che in questi ultimi giorni sta dimostrando di poter sconvolgere anche quelli geostrategici.
L'imposizione di dazi Usa del 50% sulle merci indiane, infatti, ha distrutto anni di lavoro della diplomazia americana per avvicinare a Washington un'India tradizionalmente non allineata e rivale della Cina. A Trump non importa niente di un'India contrappeso del mondo occidentale alla Cina rossa: troppo sofisticato per lui. Vuole punirla per aver rifiutato i suoi diktat, il principale dei quali nell'ambito del più generale caos delle sue politiche riguardava lo stop all'acquisto di petrolio russo. Modi si è rifiutato e Trump l'ha presa male: ha definito "morta" la fiorente economia indiana, ha imposto dazi esorbitanti e così adesso Modi si trova costretto dagli americani a sorridere allo storico nemico cinese, col quale litigava da settant'anni per questioni di confini himalayani e di egemonie regionali.
Il leader indiano compie a Tianjin la sua prima visita in Cina da sette anni a questa parte, ma non aveva scelta. La loro scelta, invece, l'avevano già fatta da un pezzo Xi e Putin, che coltivano da tempo la loro "ferrea ed eterna amicizia". Una delle più mendaci e tenaci leggende della politica afferma che Putin sarebbe finito tra le braccia di Xi sospinto da noi occidentali (la Nato che abbaia ai confini russi e altre favole), ai quali spetterebbe di blandirlo e recuperarlo in vista di chissà quali vantaggi. A questa leggenda, basata su una visione economica, si contrappone la realtà: Putin ha scelto da solo, perché con Xi ha in comune e l'hanno detto centinaia di volte - la volontà di smantellare l'egemonia del liberalismo mondiale per sostituirla con la propria. Che poi vuole dire quella cinese, visto che nonostante le sue velleità di superpotenza la Russia è di gran lunga inferiore alla Cina per peso.
Trump sembra credere alla leggenda, e s'illude di tirare Putin dalla sua parte. Non capisce che è di gran lunga troppo tardi per questo.
Chissà se lo capirà il prossimo 3 settembre, quando insieme con il dittatore nordcoreano Kim Jong Un e altri leader di Stati canaglia come Iran e Bielorussia Putin parteciperà alla celebrazione, con maxi sfilata di armamenti, degli 80 anni della cosiddetta vittoria cinese sul Giappone: lì verrà lanciato un messaggio ancor più chiaro su quale sia il nuovo mondo che il macellaio dell'Ucraina vorrebbe veder sorgere sulle ceneri dell'egemonia americana.