Superpoteri a Gualtieri: deciderà lui chi spende gli 80 miliardi di "extra"

Il ministro dell'Economia commissaria di fatto il governo. Si prepara per Palazzo Chigi?

Un ministro dell'Economia con i «superpoteri». Sono quelli conferiti a Roberto Gualtieri dall'articolo 4 del decreto legge 52 del 16 giugno scorso, il provvedimento che sblocca la cassa integrazione. In particolare il testo autorizza il titolare del Tesoro «ad apportare con propri decreti le occorrenti variazioni di bilancio, provvedendo a rimodulare» le risorse tra le misure previste dai dl Cura Italia e Rilancio.

In pratica, Gualtieri, che comunque è tenuto a «sentire» i ministri competenti, ha mano libera nel decidere la ripartizione degli 80 miliardi di extradeficit autorizzati per far fronte all'emergenza Covid-19. Il Corriere della Sera ha definito la norma una sorta di budget sequestration («sequestro del bilancio»), la legge Usa che fissa limiti precisi alle spese discrezionali dei ministeri e che, alle volte, si è tradotta con lo «spegnimento» temporaneo di alcuni servizi pubblici. C'è una differenza sostanziale, però: la budget sequestration è regolata dal Budget Control Act e il Congresso ha voce in capitolo sull'allocazione delle risorse. Nel caso italiano, invece, il rafforzamento del potere di Via XX Settembre non è stato annunciato alle Camere né discusso dal Parlamento e, di fatto, consegna le chiavi di Palazzo Chigi e dei singoli dicasteri con portafoglio al ministro dell'Economia.

La norma, però, rende comprensibile la sicumera con la quale Gualtieri venerdì sera a Otto e mezzo ha dichiarato che «sicuramente faremo più cassa Covid e più blocco dei licenziamenti; poi dovremo trovare dei meccanismi per evitare i licenziamenti». Analogamente, ha anticipato che l'abolizione delle causali per i contratti a termine sarà prorogato fino a dicembre. Sono tutte tematiche di competenza del ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo, che in alcuni casi aveva manifestato dissenso (soprattutto per la flessibilizzazione dei contratti). Ora sappiamo che il vero ministro del Lavoro è Roberto Gualtieri. E magari potrebbe diventare anche un superpresidente del Consiglio, visto che con tutte le prerogative che assomma, il ruolo di Conte, già inviso alla sua stessa maggioranza, appare sempre più pleonastico.

Il ruolo del ministro, infatti, diverrà ancor più decisivo con la messa a punto del dl Semplificazione che dovrebbe rendere meno farraginoso il processo di realizzazione delle infrastrutture. Definite le priorità infrastrutturali e resa meno pervasiva la facoltà di interdizione degli organi intermedi (seppur di rilevanza costituzionale), sarà Via XX Settembre a decidere cosa fare e come farlo. E quando, come molto probabile (vista l'impasse europea sul Recovery Fund), il governo chiederà al Parlamento un ulteriore scostamento di bilancio per fare fronte alla crisi, sarà sempre Gualtieri a deciderne l'allocazione, ove mai il decreto 52 venisse integralmente convertito.

Il problema non è solo democratico. Certo, è paradossale che ad assumere i «pieni poteri» sia un esponente di quel partito, il Pd, che si stracciava le vesti sventolando la Costituzione ogniqualvolta il centrodestra abbia adombrato norme orientate a correggere la frammentazione delle responsabilità istituzionali. Ma la vera questione è di natura meramente economica. Quanto peserà politicamente il parere di un ministro che, oltre a tenere i cordoni della borsa, ha l'ultima parola sulle azioni delle società partecipate dallo Stato, che saranno chiamate a tradurre i piani di rilancio in investimenti? E quanto peserà il parere di Gualtieri quando, prima o poi, si dovrà discutere di un ricorso al Mes che sembra sempre più necessario? Ieri in un'intervista a Milano Finanza, presentando il nuovo Btp Futura, ha detto che «questa emissione non ha alcun obiettivo di rendere autarchico il Paese dal punto di vista del debito pubblico». Dunque nessun Btp di guerra, meglio chiedere soccorso a Bruxelles.

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