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La Svizzera adesso collabora. Squadre investigative comuni per il rogo di Crans-Montana

La procura federale: "Le cause dell’incendio vanno chiarite in fretta e ci sono le condizioni giuridiche per lavorare insieme". Per il governo di Roma è un successo diplomatico e umano

La Svizzera adesso collabora. Squadre investigative comuni per il rogo di Crans-Montana
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È una vittoria di Roma nel braccio di ferro con Berna, ma è anche un atto di giustizia verso le vittime e i loro genitori che vivono giorni difficilissimi. La Svizzera ha deciso di aprire alla richiesta del nostro Governo di istituire Squadre investigative comuni, come stabilito da un accordo del 2000. Attenzione: la decisione finale spetta alle autorità del Vallese, ma il Dipartimento degli Affari Esteri dichiara in una nota "di aver preso atto della richiesta da parte dell'Italia di una stretta collaborazione fra le autorità giudiziarie svizzere e italiane per chiarire le circostanze del tragico incidente. Tale richiesta - si legge nel comunicato - riguarda le autorità giudiziarie competenti", che daranno seguito alla richiesta tra una settimana. Insomma, a Berna battono un colpo: formalmente il boccino resta nelle mani dei magistrati del cantone, ma nella capitale devono averne abbastanza di quel che sta accadendo: Roma ha richiamato l'ambasciatore e ha fatto sapere senza tanti giri di parole che lo tratterrà finché non verrà creato un Pool misto di detective.

Il tutto fra dichiarazioni di sdegno e indignazione dei nostri leader politici, a cominciare da Giorgia Meloni e Antonio Tajani che ha usato toni durissimi, denunciando errori e omissioni della sventurata indagine. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la notizia della scarcerazione, inattesa, di Jacques Moretti, il titolare del locale di Crans-Montana in cui è avvenuta la tragedia, e insieme alla moglie l'unico indagato di questa storia.

L'Italia ha chiamato l'ambasciatore, poi ha alzato i toni già tesissimi. Ci si chiede come mai non siano stati indagati gli amministratori, dal sindaco in giù, che scandalosamente hanno dimenticato di fare i controlli a Le Constellation per cinque o sei anni; ma ci si domanda anche il perché Moretti sia stato arrestato così tardi, dopo dieci giorni di stallo, e rimesso in libertà a razzo, grazie una cauzione pari a poco più di duecentomila euro. E ancora, ci si interroga con preoccupazione sul rischio altissimo di inquinamento delle prove, facilissimo in un fazzoletto di terra in cui tutti conoscono tutti, sulla mancate autopsie, sui mancati sequestri e su tanto altro.

Berna però prova a bilanciare e in qualche modo ad annacquare il sì, sia pure condizionato all'ok dei giudici del Vallese, al diktat di Roma. "La Svizzera e l'Italia - prosegue la nota di Berna - perseguono lo stesso obiettivo. Le circostanze che hanno condotto alla morte di 40 giovani provenienti da numerosi Paesi devono essere chiarite con rapidità, trasparenza e in modo esaustivo e le persone responsabili devono essere chiamate a rispondere". Come dire che il disastro ha seminato morte anche in Svizzera e la Svizzera reclama a sua volta giustizia. Pur nel sacrosanto rispetto, ribadito più volte dalle autorità elvetiche, della separazione dei poteri. Insomma, Berna non può strattonare le toghe, può solo richiamare i magistrati al loro compito, sotto lo sguardo attento della comunità internazionale. Certo, in Italia l'inchiesta avrebbe avuto modalità e tempi diversi: facile immaginare, subito dopo il dramma, acquisizioni di materiale e perquisizioni a tappeto, iscrizioni a ventaglio nel registro degli indagati, mosse che nel Vallese non si sono ancora viste, e molto altro.

Questo, pur senza beatificare il nostro sistema giudiziario, con le criticità emerse a Viareggio per la strage alla Stazione e a Genova, per il crollo

del Ponte Morandi. Berna acconsente, media e politici svizzeri rispondono per le rime e definiscono "indecenti e inaccettabili" gli attacchi italiani. L'assedio però ha dato i suoi frutti. Un primo cambiamento c'è stato.

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