La forte escalation della presenza militare statunitense nel Mar dei Caraibi, guidata dal gruppo d'attacco della portaerei USS Nimitz, la cui dismissione è stata appositamente rinviata di un anno, si inserisce in una strategia coordinata di massima pressione economica e psicologica che unisce deterrenza navale, asfissia energetica e iniziative diplomatico-umanitarie di ampio respiro.
Le manovre navali fungono da esibizione di forza e da supporto operativo a piani di contingenza già predisposti dal dipartimento della Guerra, i quali includono opzioni di intervento flessibili che vanno da raid mirati a un'invasione su vasta scala in caso di mancato cedimento del governo dell'Avana.
Questo dispiegamento si muove in parallelo con l'azione psicologica e politica avviata dal segretario di Stato Marco Rubio, il quale ha indirizzato un videomessaggio in lingua spagnola direttamente alla popolazione cubana, attribuendo l'attuale collasso energetico e civile dell'isola non alle sanzioni di Washington, bensì alla gestione interna del conglomerato militare locale.
Nell'ambito di questa complessa architettura politica e strategica, l'annuncio statunitense della disponibilità a distribuire cento milioni di dollari in aiuti umanitari attraverso il network della Chiesa cattolica a Cuba assume un preciso valore strategico, trovando una diretta correlazione con la visita ufficiale compiuta da Rubio in Vaticano.
Quel colloquio, inizialmente interpretato come un tentativo di ricucire la frattura tra il presidente e il pontefice, si rivela, alla luce degli sviluppi attuali, come il momento chiave per pianificare un'azione coordinata sull'isola in modo da legittimare politicamente e favorire operativamente l'iniziativa umanitaria.
Tale mossa si somma alla recente incriminazione penale statunitense contro l'anziano leader Raúl Castro.
La combinazione di questi elementi delinea una manovra a tenaglia in cui la minaccia credibile dell'uso della forza e l'isolamento diplomatico servono a forzare una transizione politica. Questo scenario riduce al minimo lo spazio di negoziazione per il governo cubano, il quale risponde solo paventando un sanguinoso conflitto asimmetrico in caso di violazione della sovranità nazionale.
Per anni le amministrazioni statunitensi hanno oscillato tra apertura selettiva e contenimento, nella convinzione che il sistema cubano potesse lentamente trasformarsi senza choc destabilizzanti.
Oggi sembra invece prevalere una logica differente, più vicina ai paradigmi coercitivi già sperimentati contro altri regimi percepiti come ostili, nei quali la crisi economica viene deliberatamente trasformata in leva politica per accelerare un drastico cambiamento di regime.
L'aspetto più significativo della vicenda è tuttavia un altro: Washington ritiene ormai conclusa la lunga stagione di coesistenza con
l'Avana inaugurata all'indomani della crisi dei missili del 1962 perché non ha più interesse a mantenere in vita un sistema internazionale emerso dalla Guerra Fredda ormai giudicato come non più sostenibile né desiderabile.