È il tariffario dell'orrore. Soldi in cambio dei corpi dei manifestanti uccisi nelle proteste anti-regime in Iran. Per ogni singola pallottola che ha ucciso un figlio, un fratello, un qualsiasi parente. Le famiglie devono sborsare alle autorità iraniane cifre che vanno dai 700 milioni di rial fino a 1 milione e mezzo, cioè fra i 480 e i 1720 dollari, quasi cinque volte l'equivalente di ciò che guadagna un iraniano medio, fermo a meno di 100 dollari al mese. La cifra lievita a ogni colpo in più sparato per reprimere. E il conto devono pagarlo i familiari. È la pretesa imposta dalla dittatura islamista ai congiunti delle vittime colpite a morte negli imponenti raduni di piazza, durante la macelleria commessa dalle forze di sicurezza della teocrazia, che a fronte di resoconti che parlano di migliaia di morti riferisce solo di qualche centinaia vittime e mostra le immagini di un Paese "tornato alla normalità", mentre medita di allungare fino a marzo lo stop a Internet, per evitare che fuoriescano altre testimonianze della mattanza.
Il tariffario di regime prevede un mucchio di soldi da pagare per ogni singolo colpo sparato. Una strategia con cui la dittatura degli ayatollah fa cassa e tiene in ostaggio i cadaveri dei manifestanti, togliendo a molte famiglie ormai ridotte alla fame la magra consolazione di piangere sul corpo dei propri cari. Succede anche questo nell'Iran in fiamme per la crisi economica e la brama di libertà. Lo hanno confermato diverse fonti interne ai media che stanno raccogliendo le voci della rivolta. La pratica non è nuova, ma Iran International ha confermato che le testimonianze stanno lievitando, Bbc rafforza i racconti spiegando che le forze di sicurezza autorizzano la consegna delle salme solo dopo il versamento delle somme richieste.
Non è tutto. Dopo la mattanza di civili, la macchina della propaganda si è messa in moto in modo prepotente. Il ministero della Difesa di Teheran sostiene che alcuni dei rivoltosi "hanno fatto uso di droghe e molti di loro sono morti per overdose". Secondo l'ong Dadban, per rafforzare l'accusa che a prendere parte alle proteste siano stati "terroristi" e "nemici di Dio", le autorità autorizzano la "liberazione delle salme" solamente a condizione che le famiglie accettino l'ammissione che i loro parenti uccisi, di fatto manifestanti anti-regime, sarebbero invece membri dei Basij, la "polizia morale". Con l'aggravante di imporre ai familiari l'ammissione che i propri cari non siano manifestanti, ma vittime dei manifestanti violenti. Proclami e falsità, insomma.
Se non bastasse, per impedire il lutto pubblico, che potrebbe dar vita a ulteriori proteste, alle famiglie più fortunate che riescono a riavere il corpo dei propri cari viene chiesto di seppellirli in modo rapido e silenzioso, sotto sorveglianza. Anche per questo le proteste cominciano a scemare dopo 20 giorni di rabbia e sangue, in attesa di capire cosa deciderà Donald Trump, che ringrazia il regime per lo stop alle 800 esecuzioni programmate, ma muove verso la regione la portaerei Lincoln, si prepara a inviare ulteriori forze e potrebbe incontrare il capo del Mossad con l'inviato Witkoff, dopo aver parlato con il premier israeliano Netanyahu per la seconda volta in due giorni. Il figlio dello Scià deposto nel '79, Reza Pahlavi, che ha incontrato proprio Witkoff qualche giorno fa, parla da Washington senza essere ricevuto da Trump: "Il regime cadrà e io tornerò nel mio Paese e garantirò la transizione". Vladimir Putin sente il presidente iraniano Pezeshkian e Netanyahu.
L'Ue chiede lo stop delle condanne a morte, ma l'imam della preghiera del venerdì, l'ayatollah Ahmad Khatami, promette esecuzioni contro i manifestanti, "maggiordomi di Netanyahu" e "soldati di Trump". L'Iran attende, fra speranza e terrore.