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"Il terremoto nel mio Friuli 50 anni fa. Ma da lì nacque la Protezione civile"

Il giornalista Toni Capuozzo: "Decisiva la ricostruzione affidata ai sindaci"

"Il terremoto nel mio Friuli 50 anni fa. Ma da lì nacque la Protezione civile"
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Toni Capuozzo, la notte del 6 maggio 1976 ha visto immagini che ha cercato di dimenticare. Il terremoto, 50 anni dopo, è tante cose insieme per i friulani. Per chi come lui c'era e per chi l'ha conosciuto negli occhi e dai racconti dei sopravvissuti. È il modello Friuli, "irripetibile", dice Toni. "È l'orgoglio di una generazione", ma anche una cicatrice. E "come tutte le cicatrici a volte fanno male, come quando cambia il tempo, o quando fai il bagno nell'acqua fredda". Anche cinquant'anni dopo.

Che ricordo hai di quella notte?

"Ero a Udine con tre amici quando abbiamo sentito la scossa. Quando siamo arrivati a Gemona poco prima della mezzanotte, ci siamo trovati dentro a qualcosa che non immaginavamo. Abbiamo scavato a mani e nude, ma c'era poco da fare, se non stare vicino ai sopravvissuti".

Cos'era il Friuli prima del terremoto?

"Un mondo immobile, un angolo d'Italia conosciuto solo a chi veniva a fare servizio militare, l'ultimo lembo di Occidente. Un'Italia povera, di quelle che leggiamo nelle poesie di Pasolini o nella prosa di Turoldo. Il terremoto mette fine bruscamente a quel mondo contadino".

E arriva la ricostruzione, diventata il modello Friuli.

"È stata l'ultima prova per una generazione che aveva vissuto la guerra e poi il boom economico. E anche della Prima Repubblica, di cui tutti parliamo male, ma che qui si è comportata in modo egregio. Con la ricostruzione arriva l'autostrada che in pochi anni non è più percorsa solo da qualche turista austriaco, ma diventa il corridoio con l'Europa dell'Est".

Quanto ha pesato l'intuizione di Aldo Moro di affidare la ricostruzione ai sindaci?

"È stata decisiva, perché fino a quel momento ogni processo di questo tipo, vedi il Belice, si era rivelato un disastro. Non l'ha fatto solo per generosità, era una patata bollente gestire tutti quei soldi, ma era confortato dal fatto che la Regione era in mano al suo partito. L'intuizione ha fuso il massimo la democrazia, cioè i sindaci, con il potere straordinario del commissario. Ma era una classe politica ferrata, i partiti avevano sospeso i loro scontri ideologici, uniti per il bene della gente".

Un modello irripetibile?

"Lo è stato grazie a una serie di coincidenze: il tipo di popolazione, una generazione in cui, per esempio, tutti sapevano fare un po' il muratore. E poi il carattere. Quando ci fu l'altra scossa nel settembre successivo, e non si poteva stare nelle tende per l'autunno, venne organizzato l'esodo delle donne e bambini al mare, e le anziane lo videro per la prima volta. Ma le comunità non furono mai smembrate, pronte a tornare insieme a casa quando gli uomini avrebbero finito di ricostruire".

Il popolo friulano ha scelto come ricostruire?

"Qualche architetto avrebbe voluto grandi città sui resti di un mondo crollato. Invece no, la popolazione ha detto: Vogliamo ricostruire com'era e dov'era. Il carattere friulano è pragmatismo. Le persone volevano indietro quello che c'era, a costo di metterci di più".

Ancora oggi si ricorda la frase del Vescovo Battisti: Prima le fabbriche, poi le chiese.

"Lì c'è tutto il senso di responsabilità, la consapevolezza che senza il lavoro non c'è niente. Gli imprenditori il giorno dopo erano in fabbrica con gli operai".

E nasce così la Protezione civile?

"Nasce lì, sul campo, da questo incrocio fra esercito, vigili del fuoco, volontari, alpini.

Si è dovuto imparare a convivere col terremoto. Se tu scegli di vivere in una zona sismica perché è casa tua, devi imparare a costruire in modo che le macerie non ti uccidano, e avere una protezione civile adeguata ad affrontare ogni emergenza".

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