Giancarlo Giorgetti si muove su un crinale sempre più stretto, tra le richieste delle imprese, le tensioni internazionali e la rigidità europea sui conti pubblici. Il caso Transizione 5.0 è solo l'ultimo segnale di una linea prudenziale che al ministero dell'Economia viene letta come necessaria, ma che nel mondo produttivo e nelle opposizioni viene interpretata come l'anticamera di una nuova stagione di austerità.
La vicenda del piano per gli investimenti verdi e digitali racconta bene il clima. Dopo giorni di tensione e proteste, il governo ha trovato una soluzione ripristinando i fondi per le circa 7mila domande del 2025 rimaste sospese e portando le risorse complessive a 1,5 miliardi, con un credito d'imposta al 90%. Una retromarcia che il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha difeso spiegando che "abbiamo fatto il massimo sforzo possibile". Anche il presidente di Confindustria Emanuele Orsini ha cercato di rassicurare, sostenendo che "gli imprenditori continueranno a fidarsi delle istituzioni". Dietro il compromesso, però, resta il nodo delle coperture e soprattutto la linea del Tesoro, che aveva inizialmente difeso il ridimensionamento degli incentivi.
Il punto è che quei soldi vanno trovati, e non è semplice. Le risorse per Transizione 5.0 arrivano, come ha ammesso il ministro per gli Affari europei Tommaso Foti, "da un po' di sacrifici". Il messaggio che filtra dal Mef è chiaro: ogni euro speso deve essere compatibile con i vincoli europei. Per questo, mentre si chiude la partita sugli incentivi alle imprese, si apre quella ancora più delicata del taglio delle accise sui carburanti, che richiede almeno mezzo miliardo per una proroga fino al 30 aprile.
La guerra in Medio Oriente e l'instabilità energetica stanno infatti aumentando la pressione sui conti pubblici. Bruxelles ha già avvertito gli Stati membri che la sicurezza degli approvvigionamenti resta garantita ma che bisogna prepararsi a una possibile interruzione prolungata del commercio energetico internazionale, invitando a misure di risparmio e a una gestione prudente delle politiche fiscali. Il quadro è aggravato dalla posizione dell'Eurogruppo, che ha chiuso la porta a qualsiasi flessibilità sui conti: le misure fiscali devono restare coerenti con i percorsi di crescita della spesa e non ci sarà alcuna sospensione del Patto di stabilità, perché non esistono le condizioni di una grave recessione.
È in questo quadro che si inserisce la strategia di Giorgetti. Il taglio iniziale dei crediti di imposta, il rallentamento del Piano Casa e la cautela sugli interventi energetici non sono episodi isolati ma segnali di una linea difensiva. L'obiettivo è evitare tensioni con Bruxelles e mantenere sotto controllo deficit e debito. Dal ministero dell'Economia si ripete che "si continua a monitorare la situazione ma è una questione di tutto il governo", una formula che fotografa bene la prudenza del Tesoro e allo stesso tempo la consapevolezza che le scelte finali non possono essere solo tecniche ma inevitabilmente politiche.
Da Bruxelles è arrivato, comunque, un primo segnale politico. Nel piano anti-crisi sul caro energia la Commissione europea ha introdotto un correttivo al sistema Ets che indica la direzione ormai consolidata: più flessibilità nel Green Deal. La riserva di mercato viene rafforzata per reagire ai picchi dei prezzi e trasformata in un ammortizzatore, con le quote in eccesso rimesse sul mercato per raffreddare i prezzi. In passato venivano cancellate, ora non più.
"È un primo passo verso la modernizzazione degli Ets", ha spiegato il commissario al Clima Wopke Hoekstra.Roma decide, ma Bruxelles delimita lo spazio decisionale. In questo equilibrio precario si gioca la partita di Giorgetti: evitare lo scontro con l'Ue e tenere in piedi i conti, senza però soffocare la crescita.