Strappare a Pechino il petrolio del Venezuela e rispedire a Caracas 700 mila rifugiati illegali. Innescare il "domino cubano", ovvero la caduta di un regime castrista messo in ginocchio dalle mancate forniture di greggio garantite, fino a metà dicembre, da Nicolas Maduro. Ma soprattutto applicare quell'aggiornamento della Dottrina Monroe che prevede l'egemonia assoluta in un'America Latina minacciata dalla penetrazione cinese. Pensare, insomma, che dietro la cattura e l'incriminazione di Nicolas Maduro e della moglie Cilia Flores vi sia solo la lotta al traffico di droga è come guardare il dito anziché al luna. Ma partiamo dal petrolio vero lato oscuro di questa vicenda. Stando alle statistiche dell'Opec e a quelle dell'Eia (Us Energy Information Administration) nel sottosuolo del paese sudamericano si nascondono 303 miliardi di barili greggio ovvero le più grandi riserve mondiali. E infatti Trump ha già fatto sapere che gli Usa saranno "fortemente coinvolti nell'industria petrolifera del Venezuela".
Ma il petrolio è anche il simbolo dell'inefficienza e del clientelismo ideologico che ha caratterizzato il socialismo venezuelano. Il degrado tecnologico della compagnia di stato affidata prima da Hugo Chavez e poi da Maduro a degli amministratori tanto fedeli quanto incompetenti ha fatto sì che le capacità estrattive si riducessero esponenzialmente. Il milione di barili al giorno estratto oggi rappresenta meno di un terzo dei 3,5 milioni garantiti prima del 2000. A peggiorare la situazione s'è aggiunto il debito per oltre 60 miliardi di dollari con Pechino. Un debito che il defunto Hugo Chavez accettò di pagare in greggio siglando accordi "loans for oil" simili a quelli sulle materie prime che hanno portato alla rovina tanti paesi africani. Grazie a queste politiche fallimentari la già ridotta produzione di greggio è finita nelle mani della potenza cinese. Fino al blocco navale imposto lo scorso dicembre da Trump ben 746mila dei 921 mila barili di greggio prodotti quotidianamente facevano rotta verso i porti di Pechino. Generando però profitti assolutamente trascurabili. Anche perché una percentuale oscillante tra il 20 e il 40 % andava a ripagare i 10 miliardi di debiti ad oggi non ancora saldati. La parte restante veniva invece pagata a prezzo ridotto in quanto gravata da sanzioni Usa. Una sostanziale manipolazione del mercato pagata soprattutto dalle raffinerie americane abituate a usare il prodotto venezuelano per la produzione di diesel e carburanti industriali.
Ma il mancato sfruttamento della principale risorsa del paese è anche la ragione che ha spinto quasi 700mila venezuelani in povertà a cercar fortuna negli Stati Uniti. Una massa di illegali che l'Amministrazione Trump spera di rispedire a casa non appena il greggio tornerà ad essere una risorsa produttiva. Il petrolio venezuelano è direttamente collegato anche al cosiddetto "domino cubano". Interrompendo le forniture quotidiane di 27mila barili di petrolio ripagate da Cuba con il lavoro di medici e di consulenti militari l'Amministrazione Trump conta di mettere definitivamente in ginocchio un regime castrista ormai privo di risorse. Un obbiettivo caro soprattutto al Segretario di Stato Marc Rubio figlio di migranti cubani e ardente sostenitore degli oppositori anti castristi di Miami e dintorni. Ma la ragione che meglio spiega il blitz statunitense è quel "corollario" alla Dottrina Monroe del 1823 inserito dall'amministrazione Trump nel Piano per la strategia di sicurezza nazionale varato a fine novembre.
La Preminenza Regionale sancita dal piano prevede un ruolo centrale e preminente degli Stati Uniti nelle Americhe per evitare il controllo di risorse chiave da parte di potenze straniere. A cominciare da quella Cina indicata come principale nemico e avversario degli Stati Uniti. Esattamente quello a cui puntava il blitz nel cuore di Caracas.