Era il 3 dicembre 1967 quando, presso il Groove Schuur Hospital di Città del Capo, in Sudafrica, il cardiochirurgo Christiaan Barnard eseguì il primo trapianto di cuore umano al mondo, prelevando l'organo da Denise Darvall, una ragazza 25enne in morte cerebrale dopo un incidente d'auto, e impiantandolo in uno sportivo lituano di 54 anni, Luis Washkansky, che sopravvisse all'intervento per 18 giorni, per poi morire a causa del rigetto dell'organo, avvenuto poiché allora non c'erano i farmaci immuni soppressivi odierni.
Ma quella chirurgia avveniristica mai tentata prima, con i due pazienti, il donatore e il ricevente nella stessa sala operatoria per l'espianto e l'impianto del cuore, entrò di colpo nella storia della medicina, e la notizia del primo paziente sopravvissuto con il cuore di un altro per oltre due settimane fece immediatamente il giro del mondo, l'intervento straordinario divenne la pietra miliare per la cardiochirurgia e Barnard da allora fu consacrato per sempre come il pioniere e il suo nome inciso nell'Olimpo delle stelle internazionali.
Oggi i cardiochirurghi trapiantologi non godono della stessa fama, restano anonimi, quasi nessuno conosce i loro nomi, e il trapianto di cuore è diventato quasi un intervento di routine, registra in Italia un successo a lungo termine che sfiora il 96 per cento dei casi, sia per l'eccellente progresso delle moderne tecniche chirurgiche, sia per la farmacologia di supporto che permettono sopravvivenza ultra trentennale dei trapiantati cardiaci. Poiché il cuore è l'organo vitale primario, la sua sostituzione è un intervento complesso e delicato che inizia in sala operatoria nel momento in cui c'è a disposizione un altro cuore in arrivo, prelevato da un donatore compatibile a distanza, e conservato in "ischemia fredda", una ipotermia a temperatura poco sopra al punto di congelamento, ovvero tra i 2° e i 4°, necessari a ridurre il fabbisogno di ossigeno, preservare la attività metabolica, e mantenerlo in vita per 4/6 ore dal prelievo, per essere certi che possa tornare a battere nel petto del ricevente.
La squadra incaricata all'espianto dal donatore, un'équipe di operatori specializzati, proviene sempre dall'ospedale dove si trova il paziente in attesa di trapianto, in modo da poter valutare direttamente le condizioni del cuore da prelevare, e quando questo arriva a destinazione viene estratto dal box che lo contiene solamente sala operatoria, dove l'equipe chirurgica è già all'opera sul paziente da trapiantare, il quale è già stato collegato alla circolazione extra corporea (CEC), ed il suo cuore malato è già stato rimosso per essere pronto a ricever quello sano. Questa procedura si rende necessaria soprattutto quando il cuore da trapiantare è stato espiantato in località lontana, in un'altra regione, e siccome il suo trasporto non può durare più di 4/5 ore, una volta arrivato a destinazione deve essere impiantato immediatamente per preservarlo da ischemie o rischi infettivi e degenerativi, che potrebbero comprometterne la funzionalità.
La vicenda di Domenico, il bambino di due anni di Napoli, a cui lo scorso 23 dicembre è stato trapiantato un cuore cosiddetto "bruciato", a causa di un gravissimo errore durante la conservazione e il trasporto, ha scosso l'Italia e il mondo della cardiochirurgia, ma quei chirurghi dell'ospedale Monaldi che avevano già preparato il piccolo paziente per il trapianto, nella situazione drammatica e disperata nella quale si sono trovati, non hanno avuto scelta, e hanno dovuto impiantare il cuore compromesso e ghiacciato, avendo già in precedenza rimosso quello malato, nella speranza di poterlo riscaldare e rianimare una volta collegato ai vasi sanguigni, per farlo ripartire miracolosamente.
Così non è andata, e poiché in medicina i miracoli non esistono, quel cuore trapiantato, rigido e freddo come una pietra, non si è riattivato, non ha ripreso il battito e il bambino, in coma farmacologico, è stato collegato all'Ecmo, il macchinario che garantisce la funzione cardiorespiratoria, e quindi la vita, restando così sospeso in un limbo da due mesi, sempre sedato e in attesa di un ulteriore intervento riparatorio.
La mamma del piccolo paziente da giorni invoca con forza un nuovo cuore per suo figlio, spinta dall'amore materno e dalla disperazione, dimenticando che questa richiesta straziante implica augurarsi la morte accidentale di un altro bambino in tenera età, dal quale prelevare un cuore compatibile per volume, sempre che i suoi genitori acconsentano alla donazione di organi, una decisione non sempre facile da accettare di fronte a un evento così tragico come la morte di un figlio piccolo o grande che sia. Ci si trova cioè davanti a una situazione che stavolta verrà decisa solo dal destino, a una vita che dipende ancora una volta da una morte, senza la certezza che un secondo trapianto possa essere effettuato sul piccolo paziente, le cui condizioni sono considerate critiche dopo due mesi e più di coma e di cardiorespirazione artificiale. Inoltre c'è un'altra mamma, mai citata nelle cronache, che si dispera, incredula e delusa, quella che ha visto morire suo figlio di 4 anni in una piscina di Bolzano mentre nuotava, e, pur nel dolore e nello strazio, ha dato il consenso al prelievo degli organi, incluso il cuore, nella speranza di salvare la vita al bambino di Napoli, per leggere poi sui giornali che quel suo gesto di grande generosità ed amore è stato inutile e addirittura dannoso. Ci sono poi decine di genitori in tutta Italia che hanno figli piccoli ricoverati in attesa di un trapianto cardiaco, che sono in lista da mesi e sono turbati e preoccupati da questa vicenda, che getta un'ombra sul sistema dei trapianti nel nostro Paese, da sempre una eccellenza riconosciuta a livello internazionale.
La medicina è fatta da esseri umani, nessuno è perfetto, ma è necessario ricordare che nel 2024 in Italia sono stati effettuati 4.692 trapianti, una media di quasi 13 impianti al giorno, con organi prelevati da 2.110 donatori effettivi, un record europeo per queste 4.
692 persone che oggi sono vive con organi di coloro che hanno perso la vita, mentre attualmente sono oltre 8.400 i pazienti che restano in lista d'attesa, aspettando, con tempi medi che vanno da uno a tre anni, la morte di qualcun altro che permetterà loro di continuare a vivere.