La conversazione telefonica tra Putin e Trump non ha segnato la svolta che molti osservatori avevano pronosticato. Ha invece contribuito a chiarire, con una nettezza quasi brutale, la posta in gioco: una possibile tregua di brevissimo respiro, sospesa tra esigenze di propaganda, calcoli operativi e una diffidenza reciproca ormai strutturale.
In questo quadro, il 9 maggio, data fondativa della memoria storica russa legata alla vittoria nella Seconda guerra mondiale, potrebbe trasformarsi in un perimetro temporale per un cessate il fuoco limitato. Una prospettiva che, tuttavia, da Kiev viene letta all'opposto rispetto alla narrazione del Cremlino. Il presidente Zelensky ha espresso scetticismo senza ambiguità: l'eventuale proposta russa, sostiene, risponderebbe alla necessità di garantire "qualche ora di calma" utile allo svolgimento della parata del Giorno della Vittoria, per poi consentire una rapida ripresa delle operazioni militari. Questa interpretazione si inserisce in una dinamica ormai consolidata dopo oltre quattro anni di guerra logorante, in cui ogni apertura viene filtrata attraverso il prisma del sospetto. Eppure, Kiev non chiude del tutto alla possibilità di un'intesa: Zelensky ribadisce che l'Ucraina è pronta a valutare qualsiasi proposta di cessate il fuoco che sia concreta, verificabile e sostenuta da garanzie credibili.
A oggi, secondo quanto riferito dalla leadership ucraina, non è pervenuta alcuna proposta di tregua da parte di Mosca o di Washington. Tant'è che Zelensky ha incaricato la propria diplomazia di avviare contatti con gli Stati Uniti per chiarire eventuali dettagli prima di assumere una posizione definitiva. Nei colloqui si discuterà anche del tema nucleare: un eventuale sostegno decisivo di Trump agli accordi di pace potrebbe essere ricambiato da Zelensky con la creazione di una joint venture sulle centrali ucraine. Il leader di Kiev ha anche ribadito il sostegno a iniziative finalizzate alla protezione dei civili e alla facilitazione di scambi di prigionieri, mantenendo aperto uno spazio per misure di natura umanitaria.
Accanto al piano militare, emerge un negoziato economico: secondo Kiev, Mosca potrebbe legare la tregua alla richiesta di un alleggerimento delle sanzioni sulle transazioni internazionali. Intanto, l'opinione pubblica ucraina, come risulta da un recente sondaggio, resta contraria a concessioni sul Donbass, rendendo l'integrità territoriale una linea rossa e limitando quindi i margini di compromessi.
Dal Cremlino, il portavoce Peskov ha invitato a ridimensionare le aspettative. Sulla tregua del 9 maggio, la linea russa resta netta: si tratterebbe di una decisione unilaterale, non subordinata a una risposta di Kiev, anche se auspicabile. In altre parole, Mosca rivendica la prerogativa di definire tempi e modalità di un'eventuale pausa. Sulla stessa linea il ministro degli Esteri Lavrov, che ha riaffermato la disponibilità a riprendere i negoziati sulla base dei contatti con gli Stati Uniti, ponendo la solita condizione: "No a Kiev nella Nato".
Se Washington mantiene aperto il dialogo e Mosca punta su una tregua tattica, l'Ue (che ieri ha istituito una Commissione
Internazionale per i Reclami a favore dell'Ucraina) resta su una linea di diffidenza. La portavoce Hipper invita gli Stati membri a non manifestare sostegno con presenze sulla Piazza Rossa, dove ci sarà lo slovacco Fico.