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Trump e le carte rubate "Con Obama sparirono trenta milioni di pagine"

Il tycoon sotto inchiesta punta a dimostrare di aver desecretato i documenti sequestrati

Trump e le carte rubate "Con Obama sparirono trenta milioni di pagine"

New York. I legali di Donald Trump sono al lavoro per dimostrare che l'ex presidente ha rispettato le regole nella declassificazione dei documenti sequestrati a Mar-a-Lago, mentre il muro repubblicano inizia a mostrare le prime crepe. Come si apprende dal mandato di perquisizione reso pubblico venerdì, gli agenti federali hanno sequestrato un faldone di documenti «top secret/SCI», il più alto livello di segretezza, 4 faldoni di documenti «top secret», 3 di documenti «segreti» e 3 di documenti «riservati».

Il tycoon ha immediatamente dichiarato sul suo social Truth che le carte portate via dalla Casa Bianca erano «tutte declassificate» e ora il tema della segretezza o meno del materiale rinvenuto nella sua residenza in Florida sarà fondamentale nell'indagine per spionaggio. In quanto presidente, Trump aveva il potere di desecretare dei documenti classificati e potrebbe anche averlo fatto. Tuttavia, secondo gli esperti, quello che conta e quindi che dovrà dimostrare la sua difesa, è che su questi documenti sia presente la dicitura «declassificati».

Quando un Comandante in Capo ordina la desecretazione di carte top secret, infatti, il passaggio successivo è che queste vengano trascritte. Stando però al mandato di perquisizione del Bureau, nel resort di Palm Beach sono stati trovati faldoni contrassegnati da una sigla che indica che fossero classificati e in questo caso le affermazioni di Trump non reggerebbero. Nel frattempo, gli Archivi Nazionali hanno risposto alle accuse di The Donald, che da giorni si chiede retoricamente che fine abbiano fatto «30 milioni di pagine di documenti portati dal 1600 di Pennsylvania Avenue a Chicago» da Barack Obama. «Abbiamo ottenuto la custodia legale e fisica» dei documenti quando l'ex presidente ha lasciato l'incarico nel 2017, hanno affermato. Sulla sponda destra del Potomac, invece, se subito dopo la perquisizione dell'Fbi il sostegno a Trump è stato granitico, ora il fronte dei repubblicani si sta spaccando sulle accuse di spionaggio.

Parte degli stessi alleati di Trump, secondo il New York Times, hanno consigliato ai leader del partito di attenuare le critiche al Dipartimento di Giustizia, essendo «possibile che diventino pubbliche informazioni più dannose relative alla ricerca». L'Fbi, da parte sua, ha annunciato un'indagine sulle «minacce senza precedenti» ricevute dopo il blitz a Mar-a-Lago, incluso il tentativo di irruzione nella sede del Bureau a Cincinnati (Ohio) finito con l'uccisione dell'aggressore Ricky Shiffer. Proprio in merito a quest'ultimo incidente è emerso che l'uomo, armato di un fucile AR-15, prima dell'irruzione aveva postato su diversi social media, tra cui Truth, messaggi di odio contro l'Agenzia in seguito alla perquisizione a casa Trump. Gli account e i post sono stati eliminati, ma secondo Abc News in uno di questi Shiffer invocava la «guerra» contro l'Fbi e «l'uccisione degli agenti». In queste ore sul web sono circolati pure i nomi dei due agenti che hanno firmato il mandato di perquisizione, che sono stati censurati nella versione ufficiale pubblicata dal dipartimento di Giustizia. E in una nota interna, visionata dalla Cnn, il direttore dell'Fbi Christopher Wray ha assicurato che l'agenzia è «vigile» e adeguerà la sua sicurezza a seconda delle necessità, assicurando allo staff che «la vostra sicurezza e protezione sono la mia preoccupazione principale in questo momento».

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