Una risposta poco gradita a Donald Trump, davanti a una commissione della Camera, è costata a Kristi Noem il posto di segretaria alla Sicurezza Interna. Una dichiarazione non in linea con la narrazione della Casa Bianca rischia ora di produrre un terremoto all'interno della comunità dell'intelligence Usa e di compromettere gli sforzi di Donald Trump per fare accettare agli americani i costi della guerra contro l'Iran.
La scena si è consumata davanti alla commissione Intelligence del Senato. Protagonista, Tulsi Gabbard, la direttrice della National Intelligence, l'ufficio creato dopo l'11 settembre 2001 per coordinare tutte le agenzie di spionaggio e controspionaggio americane. Tema, il conflitto in corso e le sue giustificazioni. Antefatto, le dimissioni di Joe Kent, il direttore del Centro nazionale antiterrorismo, di fatto il braccio destro di Gabbard, che il giorno prima aveva lasciato il suo incarico in dissenso sulla guerra contro l'Iran. La valutazione di Gabbard, messa nero su bianco nella dichiarazione scritta presentata alla commissione prima dell'audizione, è che dopo gli attacchi Usa e israeliani ai siti nucleari del giugno 2025, "il programma iraniano di arricchimento nucleare è stato annientato. Da allora non è stato compiuto alcun tentativo di ricostruire le loro capacità di arricchimento". Un'affermazione in linea con le parole di Kent. Non solo, agli occhi dei cronisti di mezzo mondo è subito balzata agli occhi la contraddizione con la dichiarazione della Casa Bianca del 1° marzo, secondo la quale l'Iran costituiva una "minaccia nucleare imminente". E tuttavia, nella sua esposizione verbale, in diretta televisiva, Gabbard ha omesso di leggere quel passaggio, aggiustando il tiro e affermando invece che Teheran stava "cercando di riprendersi" dai "gravi danni" causati dall'operazione dello scorso giugno. "Ho tralasciato alcune parti perché i tempi si stavano allungando", ha cercato di spiegare a chi gliene chiedeva conto. Il capogruppo democratico in commissione, Mark Warner, ha replicato: "Lei ha scelto di omettere le parti che contraddicono il presidente". Incalzata da un altro democratico, il senatore Jon Ossoff, che le chiedeva se l'intelligence Usa ritenesse che l'Iran costituiva effettivamente una "minaccia", la risposta è stata: "Solo il presidente può stabilire se c'è una minaccia immediata".
Di fatto, una sconfessione del proprio ruolo, ma anche un ridimensionamento di quello del direttore della Cia, John Ratcliffe, seduto al suo fianco, che poco prima, in linea con la Casa Bianca, aveva affermato: "Ritengo che l'Iran costituisca una minaccia costante per gli Stati Uniti da un lungo periodo di tempo e che, in questo momento, rappresenti una minaccia immediata". Che i vertici dell'intelligence Usa abbiano - per giunta davanti al Congresso - posizioni così divergenti sulla guerra è certamente motivo di imbarazzo per l'amministrazione, già alle prese con alleati recalcitranti riguardo al conflitto e con sondaggi interni poco confortanti. Gabbard aveva già espresso il suo dissenso lo scorso giugno riguardo all'operazione Midnight Hammer che aveva "obliterato", disse allora Trump, le capacità nucleari di Teheran. Una posizione che le era costata un lungo periodo di "purgatorio" agli occhi del presidente. Il suo equilibrismo davanti alla commissione del Senato potrebbe ora costarle il posto.
Ma, al di là delle sorti personali di Gabbard, si conferma, se non una spaccatura, quantomeno l'assenza di un canovaccio comune all'interno dell'amministrazione, riflesso del malumore Maga di fronte all'attivismo militare di Trump.
La linea della Casa Bianca l'ha espressa il vicepresidente JD Vance, che sebbene poco entusiasta dell'intervento in Iran, parlando delle dimissioni di Kent ha detto: "Se si fa parte della squadra del presidente e non si possono attuare le sue decisioni, allora è una buona cosa dimettersi".