Trump ritira le truppe da Afghanistan e Irak. Ma c'è il rischio Saigon

Il Pentagono: via il contingente. Il Segretario alla Difesa: "Sarà come lasciare il Vietnam"

Trump ritira le truppe da Afghanistan e Irak. Ma c'è il rischio Saigon

È la mela avvelenata da lasciare in eredità a un Joe Biden che ha osato sconfiggerlo. Ma anche un modo per rispettare «in extremis» le promesse della campagna elettorale di quattro anni fa, quando l'allora candidato Donald Trump s'impegnò a chiudere tutte le «guerre senza fine» riportando a casa i soldati americani. La conferma di un drastico quanto repentino ritiro da Afghanistan e Irak è arrivata ieri pomeriggio per bocca di Christopher Miller, l'ex-capo dell'anti terrorismo al Consiglio di Sicurezza Nazionale promosso la scorsa settimana segretario alla Difesa «ad interim» al posto dell'appena silurato Mark Esper. In Afghanistan, le truppe statunitensi saranno tagliate da 4.500 a 2.500 mentre in Irak la riduzione è da 3 mila a 2.500.

«La decisione arriva su raccomandazione del presidente Donald Trump come comandante in capo» - è stato ricordato prima dell'annuncio di Miller. Certo avviare un ritiro militare negli ultimi 60 giorni di mandato lasciando sguarniti paesi come Afghanistan, Irak e Somalia, considerati autentiche culle del terrore, non è esattamente una mossa avveduta. Anche perché equivale ad abbandonare a se stessi non solo i governi di Kabul, Baghdad e Mogadiscio, ma anche gli alleati della Nato. E tra questi un'Italia presente sia in Irak con 1100 uomini, sia in Afghanistan con un contingente di 800 militari incaricato di garantire l'addestramento delle truppe di Kabul. A rendere il tutto ancor più preoccupante s'erano aggiunte nelle ore precedenti l'annuncio le indiscrezioni su un possibile bombardamento dei siti nucleari iraniani. Trasformare le proposte di ritiro in realtà non sembrava facile. I primi a voler bloccare il presidente erano i capi repubblicani preoccupati per un fine mandato caotico e potenzialmente catastrofico. Un caos che il leader del Senato Mitch McConnell ha paragonato al drammatico ritiro dal Vietnam del '75. «Le conseguenze di una prematura uscita americana sarebbero persino peggiori di quel ritiro di Obama dall'Irak che consentì, nel 2011, l'ascesa dell'Isis alimentando una nuova ondata di terrorismo globale. E finirebbero con il rievocare - ha detto il senatore - l'umiliante ritiro da Saigon del 1975». Le voci sulle mosse del presidente erano iniziate subito dopo il siluramento, lunedì 9 novembre, del segretario alla Difesa Mark Esper. Una defenestrazione arrivata a seguito di una nota in cui Esper ribadiva l'assenza delle condizioni necessarie a garantire l'esecuzione dei ritiri proposti dal presidente. Per tutta risposta Trump l'aveva cacciato e investito un Christopher Miller che, non a caso, si è presentato al Pentagono esprimendo decisa avversione per le «guerre senza fine». Un'avversione confermata dalla nomina a suo consigliere di Douglas Macgregor, un ex colonnello protagonista, in passato, di numerose apparizioni sugli schermi della Fox in cui sottolineava l'urgenza di un veloce rientro da Afghanistan, Irak e Somalia. Tutto ciò aveva moltiplicato nelle ultime ore le indiscrezioni sull'imminente ordine presidenziale per il ritorno a casa, a Natale, di 2mila soldati dall'Afghanistan e di 500 dall'Irak. Si parlava anche del rientro dei 700 uomini dispiegati in Somalia per garantire l'addestramento dei soldati governativi e coordinare la lotta ai terroristi di Al Shebab. Un rientro fin qui non confermato. Resta al suo posto anche il personale che da Gibuti e dal Kenya garantisce l'operatività dei droni utilizzati in molte missioni anti-terrorismo in Africa. E sembrano destinati a non muoversi anche i mille uomini che controllano i pozzi petroliferi dell'est della Siria. Ma le mosse del presidente, definite pericolose e improvvisate dagli stessi Repubblicani, potrebbero nascondere i piani di The Donald per la ricandidatura alla Casa Bianca nel 2024. In vista di quell'obbietivo Trump punta a uscire dallo Studio Ovale con la fama di presidente estraneo sia all'establishment democratico che a quello repubblicano. Una condizione che Trump ritiene ottimale per tornare a correre tra quattro anni alla testa di un partito completamente nuovo. E totalmente suo.