A Tunisi una crisi senza fine. La primavera araba "uccisa" dai Fratelli musulmani

Dei 12.228 migranti sbarcati in Italia dal primo gennaio. 4.350 arrivavano dalla Tunisia. Se non è ancora esodo, poco ci manca

A Tunisi una crisi senza fine. La primavera araba "uccisa" dai Fratelli musulmani

Dei 12.228 migranti sbarcati in Italia dal primo gennaio. 4.350 arrivavano dalla Tunisia. Se non è ancora esodo, poco ci manca. Facile capire, allora, perché ieri il ministro degli Interni Luciana Lamorgese si sia fiondata a Tunisi.

Il male oscuro che divora la repubblica nord-africana, minandone stabilità ed economia, rischia d'innescare un disastro e rovesciare sulle nostre coste decine di migliaia di disperati, tra cui non pochi delinquenti ed estremisti islamici. Il fatto che la Tunisia sia uno dei quattro Paesi con cui abbiamo un accordo di riammissione non consola. Disporre di un massimo di 40 riammissioni mensili effettuabili dopo aver identificato le persone da rimpatriare e averle dotate di documenti emessi dalla loro ambasciata equivale, in caso di emergenza, a svuotare l'oceano con il cucchiaio. Soprattutto se a Tunisi manca l'interesse a collaborare. E ancor di più se a questo s'aggiunge l'instabilità figlia della crisi che a metà luglio ha costretto alle dimissioni un premier Elyes Fakhfakh insediatosi a fine febbraio. Per questo non appena il presidente Kais Saied ha affidato il nuovo incarico di premier a Hichem Mechichi, ministro dell'Interno uscente, la Lamorgese è corsa a Tunisi. Difficile però attendersi miracoli. La situazione attuale è figlia del degrado politico ed economico seguito a quella cacciata del dittatore Ben Alì che nel gennaio 2011 inaugurò le fallimentari «primavere arabe».

Il turismo, capace un tempo di garantire l'8 per cento del Pil e 400mila posti di lavoro, è crollato sotto i colpi d'instabilità e terrorismo ed è stato definitivamente affossato dalla pandemia. E la crisi della vicina Libia e dei Paesi circostanti ha dimezzato gli scambi commerciali. Così mentre a Tunisi la disoccupazione s'aggira sul 15 per cento nel Sud supera il 30 ed è il principale catalizzatore del traffico di uomini. A rendere il tutto più difficile s'aggiunge la sempre più pesante conflittualità politica. Ennahda, il partito della Fratellanza Musulmana, guidato dal presidente del Parlamento Rached Ghannouchi è ancora il partito di maggioranza relativa, ma non controlla più del 25 per cento dei deputati. Questo lo costringe ad alleanze assai instabili e lo espone all'ostilità d'un presidente furioso per i contatti sempre più stretti tra Ghannouchi e quei vertici di Tripoli, Ankara e Doha considerate le roccaforti della Fratellanza. A rendere il tutto più precario e complesso s'aggiunge l'irresistibile crescita del rinato partito Dastour. La formazione riprende il nome del partito di Habib Bourguiba, padre dell'indipendenza tunisina, ma è guidato da Abir Moussi, una «pasionaria» del vecchio regime di Ben Alì. Soprannominata la «leonessa» per la tenacia e l'energia con cui da avvocato difese - rischiando il linciaggio - i rappresentanti del vecchio regime, la signora Abir stando ai sondaggi conquisterebbe - in caso di elezioni - il 29 per cento dei voti. La «leonessa» è già oggi, insomma, il portabandiera di quella Tunisia laica ed anti-islamista che guarda con nostalgia al benessere dei tempi di Ben Alì. Ma per capire quanto questo sia esplosivo basta ricordare che se Ghannouchi flirta con Tripoli, Ankara e Doha lei guarda al generale Haftar, agli Emirati Arabi e all'Egitto. La guerra civile che già incendia la Libia è ad un passo, insomma, dal consumare anche la Tunisia.

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