Turni, scacchi e fiducia. Siamo tutti invitati al ristorante Fase Due

All'ingresso un semaforo, niente tovaglie, camerieri in maschera e sapori rassicuranti

Turni, scacchi e fiducia. Siamo tutti invitati al ristorante Fase Due

Un giorno non ancora definito della tarda primavera 2020, con uno stridio di cardini tra il sinistro e il liberatorio, il ristorante italiano riaprirà i battenti. Entriamoci, in punta di piedi, provando ad immaginarci cosa troveremo. Perché nella fase 2 tante cose potrebbero essere cambiate.

All'entrata ci attende il controllo della temperatura. O l'app che dà l'ok: semaforo verde, «prego benvenuto la aspettavamo»; rosso resti fuori, già succede in Cina.

Superato il primo test, troviamo ad accoglierci un solerte maître in guanti e mascherina. Magari di un colore neutro, ton sur ton con quel tocco di decoro ed eleganza che ci aspettiamo da un ristorante stellato. O allegri con disegnini se siamo in pizzeria.

Alle sue spalle si apre uno spazio sconfinato, intervallato da qualche sparuto tavolo. Il silenzio domina, gli avventori rispetto a prima sono ridotti da un terzo alla metà, a seconda del locale. I tavoli? Disposti a scacchiera. Oppure grandi, per allontanare i commensali. Un po' come quegli aristocratici inglesi da barzelletta, Jeeves mi passa il sale? E Jeeves arriva e sorride, si vede dagli occhi e comunque tocca fidarsi.

Fiducia, ecco la parola. All'inizio sceglieremo il ristorante noto, lo chef che è diventato anche un po' un amico, del quale ci fidiamo, magari previa telefonata esplorativa in cui tra un convenevole e una battuta ci informiamo su sanificazione e uso dei DPI (dispositivi di protezione individuale per chi ancora non lo sapesse).

A questo punto possiamo accomodarci, ma non lamentiamoci se non c'è la tovaglia: una tablette o un runner sono più igienici. E del resto non vorremo avere nulla a che spartire con il commensale precedente vero? E non aspettiamoci il menu: è un ricettacolo di germi, se non ci avete mai pensato prima, ora questo aspetto non vi sfuggirà. Meglio che la lista arrivi sul vostro telefonino, appena entrati, via bluetooth.

È il momento di ordinare, e dietro la mascherina non troveremo solo un bravo cameriere, ma uno psicologo. Da sempre laureato sul campo a cogliere umori e desideri del cliente, ora ci rivolgeremo a lui per rassicurazioni di ogni tipo.

I piatti che arriveranno in tavola poi saranno ancora più belli e colorati di «prima», perché saranno studiati per trasmettere allegria e rasserenare, i gusti saranno puliti e netti, perché vorremo percepire cosa c'è nel piatto. E magari trovare un rassicurante sapore dell'infanzia. Ma saranno anche sani perché la salute passa dall'alimentazione e resterà questa la nostra principale preoccupazione.

La toilette? Automatizzata, si spera. Niente maniglie da afferrare, rubinetti da girare, asciugamani da condividere.

Caffè e ammazzacaffè, chiacchieratina, sigaretta tra una portata e l'altra? Meglio di no, perché al ristorante, almeno in una prima fase, trascorreremo meno tempo. Preferiremo non indugiare in un luogo chiuso. E il ristoratore, che ha dovuto rinunciare a tanti coperti, potrebbe istituire dei turni. Del resto cambieranno le abitudini, si eviteranno le ore di punta, saranno forse scaglionate le entrate al lavoro per alleggerire la pressione sui mezzi pubblici. E potrebbe venire comodo pranzare alle 3 del pomeriggio o cenare alle 7.

Il conto, sir? Meglio saldare via telefono, contactless, o ancora meglio pagarlo prima, con menu fisso, per non doverci proprio pensare. Scelta estrema? Forse, ma aspettiamoci un menu, e un personale, più snelli. Così il ristoratore riuscirà a ridimensionare i prezzi, visto che dopo anni di vacche grasse usciremo di meno e sceglieremo con più oculatezza. E torneremo magari a concepire il ristorante come una festa, un lusso, una gratificazione da concederci col contagocce.

Nota finale: nessuno chef è stato maltrattato per questo articolo, ma molti sono stati interrogati nell'intimità delle loro case, mentre bagnavano le piante o preparavano il pranzo. Perché sì, anche gli chef mangiano. E noi con loro, speriamo presto. Perché non ne possiamo più di pizze, carbonare e arrosticini scongelati. Ridateci il nostro ristorante. Please, lo chiediamo gentilmente. Sempre quando si potrà. Grazie.