"Tutta colpa di Salvini". Bossi guida il fronte contro il capo leghista

Malumori nel partito dopo il voto: perdiamo l'elettorato storico. Il Senatùr: non c'è un'idea

"Tutta colpa di Salvini". Bossi guida il fronte contro il capo leghista

«Vinciamo in qualche paesino della Toscana ma perdiamo Milano e Varese, ecco qual'è la situazione» risponde un dirigente di Via Bellerio se gli si chiede come è andata. Salvini, al primo giorno di astensione dalle sigarette, si innervosisce quando gli contestano un bilancio in chiaroscuro alle comunali per la Lega («Abbiamo quasi triplicato i sindaci rispetto a quindici giorni fa»), eppure nel Carroccio c'è del malumore e per la prima volta, con la battuta d'arresto del Carroccio dopo una curva positiva che sembrava inarrestabile, inizia a manifestarsi. La diagnosi amara fatta dal segretario della Lega Lombarda, Paolo Grimoldi, è condivisa da molti nella Lega: «Abbiamo perso una parte del nostro elettorato storico - scrive su Facebook il deputato leghista -, dobbiamo tornare a essere un Movimento-Sindacato dei nostri territori e affrontare le questioni irrisolte del Nord, che ancora attende risposte su autonomia e di federalismo».

Anche nel cerchio ristretto dei fedelissimi del segretario, a partire da un autorevole e fidato consigliere come Giancarlo Giorgetti, si avanzano dubbi sulla linea scelta da Salvini. Non sulla sua leadership, che non è in discussione e che finora ha portato ottimi frutti (ha preso la Lega al 3% e l'ha portata alla doppia cifra). Ma sulla gestione del partito, sull'assenza di un vero gruppo dirigente che vada oltre le capacità mediatiche del leader (a cui si aggiunge «l'inadeguatezza», a giudizio dei leghisti con più esperienza, di alcuni personaggi che stanno attorno a Salvini), sulla mancanza di un progetto politico organico, che vada oltre le intuizioni del momento (spesso vincenti) e gli slogan (spesso azzeccati) del segretario federale. E poi, i dubbi, sullo sbarco al Sud del Carroccio, uno dei capisaldi della segreteria Salvini. Il movimento parallelo alla Lega, «Noi con Salvini», non va oltre il 2-3%, a Roma è ininfluente, si raccolgono risultati non più giù di Toscana e Umbria, come aveva previsto anni fa il vecchio Bossi. Che ieri è tornato a cannoneggiare la leadership dell'ex pupillo di via Bellerio. «La sconfitta dei ballottaggi è tutta colpa sua, chi comanda ha la responsabilità. A me non piace la linea di Salvini. Non ho mai letto un programma per queste elezioni. Salvini vuole sfondare al Sud ma non vedo un programma, un piano. Quindi andare al Sud solo per raccattare un po' di voti e scappare per avere qualche voto in più o qualche poltrona in più, secondo me è un'idea peregrina che non porta da nessuna parte. In questo momento abbiamo bisogno di un po' di regole. La Lega rischia di diventare un partito che non ha più il contatto con la gente e di perdere come è avvenuto in queste elezioni». Consigliare ai leghisti un voto al M5s per disarcionare il Pd? «No, io non avrei mai fatto una dichiarazione di voto a favore della Raggi a Roma. Ma noi siamo diversi, io metto al primo posto i valori come la libertà».

La disfatta di Varese («brucia eccome» dice Salvini, «una botta» commenta Maroni, che lì era candidato come capolista) riaccende la miccia nei rapporti tra i due. Il flop nella roccaforte del Carroccio è l'occasione per accusare il governatore lombardo (che a Varese non è andato oltre le 313 preferenze) di non avere più presa sull'elettorato in cerca di facce nuove. Salvini, dicono i rumors di Bellerio, non sarebbe entusiasta dell'azione in Regione Lombardia di Bobo Maroni, che però ha già detto - rispondendo al Pd perché i salviniani intendano - di essere pronto a ricandidarsi per il secondo mandato. Meno male che c'è tempo (si vota nel 2018).

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