Lo "stipendio extra" di Letta e Calenda? Un bluff. Ecco perché

La proposta di uno stipendio extra di Pd e Terzo Polo non convince gli economisti. E manca certezza sugli effetti strutturali delle mosse per cittadini e imprese.

Lo "stipendio extra" di Letta e Calenda? Un bluff. Ecco perché

La proposta di Enrico Letta di promettere una mensilità in più ai lavoratori italiani nei loro programmi elettorali non attira il favore degli economisti. Il primo a criticarla è stato proprio un ex importante esponente dem, Nicola Rossi, deputato e senatore per il Partito Democratico fino al 2011, che l'ha ritenuta meno utile della riduzione delle imposte per l'economia nazionale. Giuseppe Pennisi, la settimana scorsa, ha aggiunto in un'analisi su Il Sussidiario che in generale nel programma dem "l'enfasi – sarebbe meglio dire l’obiettivo principale dell’azione legislativa – è sulla spesa (tra l’altro si propone di istituire nuovi enti pubblici), ma non si dice come sarà finanziata" e non si parla degli obiettivi di crescita. E su Repubblica, oggi, sono Tito Boeri e Roberto Perotti, economisti di punta della Bocconi non tacciabili di ostilità precondizionate verso il centrosinistra, a colpire la proposta di Letta sullo "stipendio extra" e l'analoga manovra di Carlo Calenda definendola di difficile attuazione.

Nel programma Pd si legge: "Vogliamo aumentare gli stipendi netti fino a una mensilità in più, con l'introduzione progressiva di una franchigia da 1.000 euro sui contributi Inps a carico dei lavoratori dipendenti e assimilati (a invarianza di computo ai fini pensionistici)". Boeri, ex presidente dell'Inps, e Perotti dettagliano la difficile realizzabilità della proposta e i costi potenzialmente notevoli che comporterebbe: "Il contributo Inps a carico del lavoratore è del 9,19%. Se applicata a tutti i lavoratori dipendenti, la misura costerebbe tantissimo: secondo i nostri calcoli su dati del 2019 (quelli del 2020 non sono rappresentativi a causa della pandemia e quelli del 2021 non sono ancora interamente disponibili) 16 miliardi e mezzo" ogni anno, molto più della proposta di copertura prospettata dal Nazareno, che prevede di finanziarla con il taglio all'evasione fiscale previsto nel quadro delle riforme del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Ma questa misura comporterebbe una crescita di entrate da 12 miliardi di euro in cinque anni, dal 2023 in avanti. Se la stima di Perotti e Boeri fosse corretta, vorrebbe dire una copertura di 12 miliardi su 82,5 di spesa, pari a solo il 14,55% della spesa totale. E vista una previsione di spesa legata al programma dem di circa 30 miliardi di euro annui, si capisce quanto questa misura sia solo una parte di un problema più complessivo.

Giudizio analogo, per Boeri e Perotti, della proposta analoga fatta dal Terzo Polo di Carlo Calenda: Azione e Italia Viva propongono di far sì che le imprese che volessero pagare una mensilità in più possano recuperare il 50% di quanto versato con credito d'imposta cedibile fino a un massimale di 2.200 euro di retribuzione. Ma, notano Perotti e Boeri, "Una mensilità in più, rimborsata al 50% dallo Stato, comporta per un'impresa un incremento del costo del lavoro di almeno il 3%". E questa analisi, unitamente a quella della critica della proposta Pd, consente di argomentare ulteriormente sui limiti di una politica che non aiuta i lavoratori.

In primo luogo, essa si presenta come la presunta panacea al problema della stagnazione degli stipendi nel nostro Paese: nulla vieta, ad oggi, a un datore di lavoro di alzare i salari ai propri dipendenti. L'idea di garantire una riduzione contributiva proposta dal Pd rischia di generare un fardello eccessivo sui conti pubblici senza aiutare i salari reali, con effetti dubbi sull'inflazione; quella di Azione e Italia Viva assegna alle aziende un'eccessiva facoltà di discernimento sull'erogazione della mensilità extra che da un lato può creare un mercato del lavoro a due velocità e dall'altro può produrre aggravi eccessivi sui conti pubblici.

C'è poi il tema fondamentale, dimenticato da Pd e centristi, dell'assenza di una reale riflessione sulle tasse e la riforma fiscale nelle proposte dei due partiti. Infatti nessuna discussione è fatta tanto sulla questione del cuneo fiscale per le imprese, vero salasso che riduce la prospettiva di nuove assunzioni, aumenti di stipendio e maggior stabilità, quanto sul fronte delle aliquote Irpef. Ridurre gli oneri sociali a carico dei lavoratori, che rappresentano un'uscita compensata per i cittadini italiani da un ritorno notevole in termini di servizi e prestazioni, non sarebbe produttivo quanto ridurre le imposte che aziende e dipendenti devono pagare legate alla componente centrale del reddito. L'idea di un lavoro tassato come un bene di lusso è controproducente, e le proposte della mensilità extra non aiutano ad eludere questa problematica.

Infine, l'ambiguità dei programmi dei due partiti non permette di capire se la proposta sarà strutturale o giustificata unicamente dalla volontà di fornire un ristoro contro caro-bollette e inflazione ai lavoratori. Questo dubbio lascia pensare al fatto che si stia pensando all'ennesimo, sostanziale, provvedimento-bandiera volto a elargire mance o sussidi di breve respiro o a promuovere spese incapaci di rilanciare l'economia e migliorare, in prospettiva, il rapporto virtuoso tra imprese e lavoro in nome della sicurezza dei salari.

E dunque dal rinnovo dei contratti collettivi all'abbassamento del cuneo fiscale esistono interventi molto più radicali negli effetti e gestibili nell'applicazione rispetto alla proposta delle due formazioni di centrosinistra, che trascurano completamente gli effetti e i costi di lungo periodo delle loro politiche.

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