Donne assassinate con la ricina. Le ricerche, appunti sui pasti, messaggi con i familiari e la navigazione nel lato oscuro della rete. Ovvero il "dark web" dove sarebbe possibile procurarsi il veleno usato per uccidere Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, 50 e 15 anni. Martedì l'incidente probatorio sul cellulare sequestrato di Alice, 19 anni, sorella della 15enne morta assieme alla mamma per l'assunzione di ricina a Pietracatella, in provincia di Campobasso. Sul caso aperti due fascicoli, il primo con cinque medici indagati per omicidio colposo, il secondo, per ora contro ignoti, per duplice omicidio premeditato.
Gli inquirenti non hanno trovato ancora un movente per il duplice delitto. Saranno i periti a "setacciare" lo smartphone per capire i rapporti fra sorelle, madre e padre di Alice sia prima dei fatti che nei mesi successivi alla loro morte. Da analizzare le chat, le note (dove ci sarebbero appunti sui pasti consumati dalla famiglia tra il 22 e il 25 dicembre), la navigazione, i dati sulla posizione, e-mail e profili social della 19enne. Andranno studiate le comunicazioni con i familiari nelle drammatiche ore prima dei decessi per riscontrare eventuali responsabilità dei sanitari coinvolti. Accertamenti sono stati effettuati su un pc dell'istituto agrario professionale di Riccia, non lontano da Pietracatella, sul quale sarebbero state fatte ricerche sulla ricina nei mesi precedenti all'avvelenamento.
Proseguono gli interrogatori in questura dei compagni di classe di Alice e Sara, studenti del liceo classico Pagano, e dei parenti, compresa la cugina che ospita Gianni Di Vita e la figlia Sara. "Siamo tranquilli", spiega il legale di Di Vita, avvocato Vittorino Facciolla. "Escludo un coinvolgimento della ragazza - continua -. Stento a pensare che una ragazzina di 18 anni possa essere coinvolta in una cosa che neanche il Mossad sarebbe in grado di gestire. Il ruolo di Gianni? Ha ricostruito in maniera puntuale tutto. Non immagina minimamente cosa possa essere accaduto. Fanno bene a fare un'indagine classica, perché se non si riesce prima a capire da dove proviene il veleno non puoi poi attribuirlo a qualcuno".
Una storia complicata. Antonella Di Ielsi, moglie di Gianni Di Vita, commercialista ed ex sindaco Pd di Pietracatella, si sente male dopo le festività natalizie. Vomito e forti dolori addominali. Anche il marito e la figlia più piccola stanno male. Il 25 dicembre i tre vanno al pronto soccorso di Campobasso. Dopo poche ore vengono dimessi con una diagnosi di intossicazione alimentare. Il giorno dopo altro ricovero, di nuovo tutti dimessi. Il 27 dicembre la situazione si aggrava. Sara viene portata per la terza volta in ospedale. Muore il 28 dicembre nel reparto di rianimazione. Lo stesso giorno anche la madre viene ricoverata: morirà dopo 24 ore.
Il padre, trasportato allo Spallanzani di Roma, si salva. Tre mesi dopo dal centro antiveleni di Pavia la svolta: nel sangue di Antonella e Sara c'è della ricina. Assente nell'uomo. La sera del 23 Alice non cena con il resto della famiglia, mangia con loro però a pranzo dello stesso giorno. La sera vengono consumate cozze e insalata di verdure e salumi. Da dove vengano, l'uomo non ricorda.
La ricina, una proteina vegetale letale, provoca sintomi del tutto simili a una "banale" gastroenterite, elemento che giustificherebbe in parte il comportamento dei medici. Entrata in circolo impedisce alle cellule di funzionare facendo collassare tutti gli organi.