In Ucraina si canta "Bella ciao" ma la sinistra italiana eviti di festeggiare

La sinistra italiana che tifava per i carri armati a Budapest non festeggi la riedizione di "Bella ciao" in salsa ucraina. Zelensky sta lottando per l'autodeterminazione del proprio popolo e non per aderire all'Urss

In Ucraina si canta "Bella ciao" ma la sinistra italiana eviti di festeggiare

Il tam-tam a sinistra è di quelli che lasciano il tempo che trovano: "Bella ciao" - si festeggia - è diventata la canzone simbolo della resistenza ucraina.

Che ci sia qualche problema narrativo diviene evidente quando, analizzando il pensiero dei sinistri nostrani, ci si rende conto di come l'Anpi, che sarebbe la depositaria naturale del messaggio contenuto da quella melodia, non sia troppo concorde con chi sostiene la necessità della fornitura d'armi da parte occidentale a Zelensky.

Partiamo dagli iscritti: persino qualcuno di loro è perplesso per la presa di posizione dell'Associazione nazionale partigiani italiani sulla guerra mossa da Vladimir Putin: "Per la credibilità dell'Anpi, spero che certe affermazioni siano rettificate. Da iscritto all'associazione sono molto perplesso", ha detto al Giornale il senatore Andrea Marcucci che certo di destra non è. Succede però che il riadattamento di Khrystyna Soloviy, cantante ucraina, basti e avanzi per solleticare gli animi di chi intende apporre un cappello ideologico all'eroica risposta di chi vuole respingere al di fuori dei confini l'invasore russo. Gli stessi a cui, purtroppo, servono anche i nostri aiuti militari.

Tralasciando la distanza temporale che intercorre tra la composizione di "Bella ciao" e la resistenza italiana, la questione da porre, in questo caso, è un'altra. E interessa la ratio della resistenza ucraina. Se è vero infatti che la canzone partigiana ha tratti ed origini socialisteggianti, è vero pure che Zelensky e la nazione Ucraina tutto vogliono tranne che far parte di un blocco di Paesi socialisti. Come invece avrebbe voluto parte di chi si è opposto, da partigiano, al nazifascismo.

Quello per cui stanno lottando gli ucraini è l'autodeterminazione del proprio popolo contro la riedizione contemporanea dell' "Orso russo" e della rinascita delle sfere d'influenza. Si tratta di una discreta differenza.

In questo senso, per gli ucraini, sarebbe più adatta "Avanti ragazzi di Buda", scritta dall'italianissimo Pierfrancesco Pingitore nel 1966, dopo che certa sinistra di casa nostra aveva tifato carrarmati e Russia ai tempi di un'altra invasione: quella sovietica nella capitale ungherese. Ci si ricorderà dei titoli de L'Unità dell'epoca e della posizione di tanti post-comunisti italiani. Primo tra tutti, l'ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Chiariamoci: "Bella ciao", in questa storia, non ha responsabilità. E nessuno vuole mettere in dubbio la straordinarietà di chi ha combattutto il nazifascismo.

Il problema, semmai, risiede nell'uso che è stato fatto di quella canzone da chi ha cercato di operare un taglia-fuori nei confronti di qualunque mondo che non avesse a che fare con il post-comunismo e con il post-socialismo. Si pensi agli Anni di piombo. Sintetizzando: "Bella Ciao" avrebbe dovuto essere un inno alla libertà ma, ahinoi, certa sinistra italiana ne ha fatto un uso distorto. E questo ha connotato quella melodia di una natura divisiva che ne ha rovinato il significato.

Un uso distorto comprovato anche da chi è al di sopra di ogni sospetto: Marco Taradash ha scritto via Twitter che "Bella ciao è tornata nostra". E ancora: "Se ne erano appropriati i comunisti ed i "pacifisti" per farci credere di essere quel che non sono. Ce la restituisce la resistenza ucraina. Un canto di libertà e speranza". Libertà e speranza che non fanno parte della dote di chi ha tifato per i carrarmati russi a Budapest.

Certo non ci permettiamo di consigliare quale melodia scegliere agli ucraini che hanno altro a cui pensare. Ma i festeggiamenti entusiastici della sinistra italiana per la riedizione ucraina di "Bella ciao", in questa circostanza storica, ce li risparmieremmo volentieri, e con più di qualche ragione.

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