Pensato per ridare stabilità al Golfo Persico e alle sue acque, il memorandum firmato digitalmente domenica fra Stati Uniti e Iran vede alcuni "pezzi mancanti". Come in un progetto architettonico, ci sono aspetti funzionali dell'accordo non ancora definiti, volutamente, e punti in sospeso che stanno già facendo discutere: primo fra tutti, la riapertura al traffico commerciale dello Stretto di Hormuz senza limitazioni di sorta, su cui domenica lo stesso Trump aveva concentrato la sua retorica della vittoria: "Navi di tutto il mondo, accendete i motori. Che il petrolio scorra!". In attesa del sigillo in presenza dell'intesa, venerdì a Ginevra, le parti hanno parlato di dettagli marittimi che dovranno essere discussi nei 60 giorni di negoziati "tecnici" a Doha. Non tutto da rifare, ma resta il nodo dei pedaggi.
Punti di vista non del tutto coincidenti, con la Casa Bianca. Per Teheran, infatti, l'accordo prevede che il passaggio delle navi sia esente da pedaggi "solo" per i 60 giorni di trattative che si conteranno dalla firma in presenza; all'esaurimento dei quali l'Iran punterà comunque a far cassa nello Stretto fornendo "servizi di sicurezza, assicurativi e di tutela ambientale". Dunque un passaggio "senza costi" solo per due mesi. Poi, come stabilito nel rimaneggiamento last minute dell'intesa, ottenuto dai pasdaran prima della firma secondo l'agenzia Fars, la gestione della "futura amministrazione dei servizi marittimi" a Hormuz sarà "determinata" da due Paesi: Iran e Oman, l'altro dirimpettaio del collo di bottiglia di 33 km.
Bloccati i traffici per mesi, ieri i primi segnali di "sblocco". Ma con l'incognita sulla concessione agli ayatollah. Le sigle del trasporto marittimo invitano alla prudenza. Per armatori e operatori, le condizioni di sicurezza non consentono ancora la ripresa della navigazione. Non solo perché non è stata avviata la bonifica dalle mine piazzate dall'Iran in acque che nel punto più stretto sono profonde solo 60 metri. Ma pure perché persiste il blocco statunitense dei porti iraniani. "Tutto il traffico in entrata e in uscita da questi scali resta limitato" fino a venerdì, ha scritto ieri l'esercito Usa, avvertendo: "Non si tenti di attraversare".
L'Organizzazione marittima internazionale (Imo) parla di 20 mila uomini bloccati sulle navi nell'area; 11 hanno perso la vita. L'agenzia dell'Onu lavora con gli Stati costieri per definire vie sicure per l'evacuazione di equipaggi intrappolati e per la ripresa del commercio. Il più usato è stato quello istituito dall'Iran nella complessa geografia dello Stretto: il corridoio di Larak tra l'omonima isola e quella di Qeshm. Un passaggio militarizzato dai pasdaran in cui i mercantili devono registrarsi per il via libera; e se non battenti bandiera amica, con transiti a pagamento.
Petroliere e navi gasiere in stand by. Ieri il vicepresidente Usa J. D. Vance mostrava ottimismo parlando di un maggiore flusso di traffico che si stava già registrando, mettendo sul piatto poco più di un auspicio sulle future tariffe iraniane: "Ci aspettiamo che lo Stretto resti accessibile senza pedaggi nel lungo termine, è uno degli aspetti che cercheremo di definire". La Casa Bianca scommette che le acque nel sud della Penisola arabica ritrovino la normalità, ma rischia che concessioni temporanee possano trasformarsi in un precedente che spinga i pasdaran a imporre restrizioni stabili. Un doppio stress test. Per Teheran, il dossier nucleare. Per l'Occidente, Hormuz.
Trump, dal G7, vede il bicchiere mezzo pieno: "Hormuz venerdì sarà completamente riaperto".
Gli ayatollah tengono duro: lo Stretto dev'essere fonte di guadagno e di deterrenza, e leva negoziale primaria. Tra cautela e timori per il portafoglio, per il gigante dei mari, la danese Maersk, "è presto per valutare l'impatto dell'accordo e non sono previsti cambiamenti per le attività in Medioriente".