Ancora proteste, arresti, condanne a morte ed esecuzioni in Iran. Nel mezzo, a congelare il tempo di un eventuale attacco americano minacciato da Donald Trump, si potrebbe aprire già in settimana, venerdì in Turchia, la trattativa con gli Stati Uniti per scongiurare il conflitto. Ma in patria, sotto la scure degli ayatollah, la macchina della repressione non si ferma. Il regime ha arrestato 4 cittadini stranieri (la nazionalità non è nota) per aver partecipato alle rivolte anti-dittatura e continua a pronunciare sentenze di morte, anche contro chi ha curato i manifestanti, come nel caso di Alireza Golchin, 52 anni, medico colpevole di aver aiutato a salvare la vita di molti iraniani feriti e liberato nelle scorse ore dietro cauzione. Gli studenti di Medicina di Shiraz, nel Sud, ancora ieri hanno inscenato una protesta all'università, con canti e foto degli amici vittime della violenza: "Non resteremo in silenzio", hanno urlato in coro, mentre Teheran convocava gli ambasciatori della Ue, rei di aver inserito i Pasdaran (braccio armato del regime) nella lista dei terroristi.
L'Iran ribolle, nel tentativo di liberarsi dalla morsa della teocrazia. Ma la diplomazia gioca un'altra partita. Si batte la strada della trattativa dopo l'ultimatum del presidente americano: "Negoziato sul nucleare o attacco". Il primo appuntamento potrebbe essere già venerdì, a Istanbul, dove l'inviato americano, Steve Witkoff, dovrebbe incontrare il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi. Come per Gaza, Turchia, Egitto e Qatar fanno da mediatori e con loro potrebbero essere presenti Oman, Arabia Saudita, Pakistan (e forse anche Emirati Arabi Uniti), oltre che il genero di Trump. Witkoff sarà in Israele già oggi, per incontrare il primo ministro Benjamin Netanyahu, dopo che il capo di Stato maggiore israeliano Eyal Zamir ha visto a Washington il capo del Comando centrale degli Stati Uniti (Centcom), Bradley Cooper. Poi Witkoff partirà per Abu Dhabi, negli Emirati, per i colloqui con Russia e Ucraina. A quel punto, affronterebbe il dossier Iran.
Si arriverà a un'intesa? Per Teheran al momento si sta discutendo del "metodo e del quadro di lavoro" dei negoziati. Il regime sostiene di non aver ricevuto alcun ultimatum dagli Usa sul nucleare e di essere "pronto alla diplomazia", ma che "la diplomazia è incompatibile con le minacce". Eppure la teocrazia non smette intimidire: "Nessun americano sarà al sicuro e il fuoco della regione brucerà l'America e i suoi compagni", tuona il capo di Stato maggiore, Abdolrahim Mousavi. Il mese prossimo, l'Iran terrà esercitazioni navali con Russia e Cina nell'Oceano Indiano. Mosca si dice pronta a facilitare la de-escalation e spiega che un possibile trasferimento dell'uranio arricchito iraniano all'estero è "da tempo all'ordine del giorno".
Teheran, per ora, esclude l'opzione, e la Guida Suprema, l'ayatollah Khamenei, continua ad accusare Cia e Mossad di aver "orchestrato le rivolte", avvertendo del rischio di una guerra regionale. Il figlio dello Scià, Reza Pahlavi, intanto invita il mondo a scendere in piazza il 14 febbraio per solidarietà agli iraniani. "La libertà è vicina", dice. Il popolo iraniano rischia la vita per conquistarla.