Va a processo il broker che favorì De Benedetti

Risponde dei 600mila euro incassati dall'Ingegnere quando ebbe da Renzi una confidenza sulle banche

Va a processo il broker che favorì De Benedetti

Un regalino da seicentomila euro da parte di Matteo Renzi a Carlo De Benedetti (nel tondo): questa fu, in sostanza, la «soffiata» con cui l'allora presidente del Consiglio avvisò l'imprenditore torinese dell'imminente riforma delle banche popolari. De Benedetti si precipitò a riferirlo al suo agente di Borsa, rastrellò azioni per cinque milioni, e portò a casa una robusta plusvalenza: 600mila euro, più o meno. Peccato che il broker fosse registrato per legge. E adesso verrà processato, nonostante la ostinazione con cui la Procura di Roma ha cercato di evitargli questo fastidio. Lo ha deciso ieri il giudice preliminare romano Gaspare Sturzo: al quale, fin dall'inizio, la linea seguita dai pm nella spinosa faccenda era apparsa troppo morbida. Per due volte la Procura ha chiesto di archiviare, e per due volte il giudice le ha detto di no.

Nel registro degli indagati, e ora sul banco degli imputati, compare solo l'agente di Borsa, Gianluca Bolengo, accusato di insider trading. Non è indagato De Benedetti, che delle plusvalenze ha evidentemente beneficiato a sua insaputa; e non è indagato Matteo Renzi, la cui confidenza («del tutto generica», secondo lui) all'editore è stata considerata incolpevole fin dall'inizio dalla Procura. Il giudice avrebbe potuto ordinare ai pm di indagare anche Renzi e De Benedetti: non lo ha fatto, perché evidentemente riteneva che non ci fossero prove contro di loro. Ma il processo a carico del broker Bolengo ruoterà comunque intorno alle strane confidenze tra il capo del governo e uno dei businessman più potenti d'Italia. E ben difficilmente la Procura potrà evitare di convocare Renzi e De Benedetti a dare in aula sotto giuramento la loro versione dei fatti. Era il 16 gennaio 2015, quando De Benedetti chiamò Bolengo, l'uomo che da tempo gestisce il suo portafoglio titoli. Quattro giorni dopo, il governo Renzi avrebbe approvato la riforma delle banche popolari: un provvedimento atteso da tempo, e che fece scattare all'insù i titoli di una serie di istituti di credito (anche perché, con prassi inconsueta, il governo intervenne con un decreto legge, ovvero con un atto immediatamente esecutivo). Quattro giorni prima, De Benedetti sapeva già tutto: «Passa, ho parlato con Renzi ieri, passa», spiegava a Bolengo: dandogli anche indicazioni precise su come coprire l'investimento.

Che si tratti di un caso di insider trading pare evidente. Eppure la Consob, cui pervengono le intercettazioni, decide a maggioranza di non aprire un fascicolo. La Procura di Roma iscrive il solo Bolengo tra gli indagati, ma chiede l'archiviazione; il gip Sturzo la respinge, ordina nuove indagini; il pm richiede l'archiviazione; e ieri Sturzo ordina l'imputazione coatta a carico dell'agente di Borsa. Nel provvedimento il giudice parla di «logici elementi convergenti» che dimostrano come Bolengo avesse tutti gli elementi per capire che il prestigioso cliente gli aveva girato una «dritta» illecita: «le notizie riferite da De Benedetti potevano razionalmente far comprendere a Bolengo, nella sua qualità di esperto di finanza e sulla base di tutti gli altri dati posseduti al momento, come ci fosse la possibilità che l'operazione fosse fondata effettivamente su dati provenienti da informazione privilegiata». Per legge, Bolengo avrebbe dovuto segnalare alla Consob l'anomalia di quanto stava accadendo. Si guardò bene dal farlo. Il motivo, adesso, dovrà spiegarlo in aula.

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