Il "processo del secolo" ai fondi della Segreteria di Stato vaticana ricomincia da zero in appello. La Cassazione composta dai cardinali Kevin Farrel (presidente del collegio), Matteo Zuppi e Angel Artime, con le due giudici applicate Chiara Minelli e Patrizia Piccialli, ha demolito il castello accusatorio del Promotore di giustizia Alessandro Diddi, che si dimostra ancora una volta digiuno di diritto canonico, e ha confermato le assoluzioni del primo grado contro cui l'avvocato romano si era opposto, senza ragione e fuori tempo massimo. Una sconfitta per Diddi, che all'ultimo secondo ha comunicato alla corte di volersi astenere dal rappresentare l'accusa anche in appello. Una mossa inaspettata, un passo di lato improvviso che serve a evitare una ricusazione data per certa e serve soprattutto a seppellire l'ipotesi del complotto per far condannare monsignor Angelo Becciu (che in primo grado si è beccato cinque anni e sei mesi per peculato "senza aver intascato un quattrino"), escludendo dal processo le chat tra Francesca Chaoqui, Genevieve Ciferri e alcuni gendarmi vaticani. Per la difesa del cardinale, autoesclusosi dal Conclave che ha eletto Papa Leone XIV è un segnale importante che apre alla possibilità di una sostanziale revisione della condanna che lui e i legali Fabio Viglione e Maria Concetta Marzo reputano ingiusta.
Complici i quattro rescripta voluti da Papa Francesco che hanno cambiato in corsa le regole processuali, Diddi era riuscito a far condannare l'ex numero due della Segreteria di Stato già "scomunicato" da Bergoglio e costretto alla rinuncia cardinalizia per alcune accuse rivelatesi - da sentenza - del tutto false, contenute in un'inchiesta dell'Espresso ripresa anche da Report. Come l'aver dato soldi dell'Obolo di San Pietro alla coop del fratello in Sardegna, colpa più grave agli occhi del Papa rispetto alla voragine da 200 milioni nelle casse vaticane, prosciugate dallo sciagurato affare del palazzo di Sloane Square, strapagato e venduto in perdita dopo una complicata alchimia finanziaria tra Roma e Londra e alcune spregiudicate operazioni comunque "benedette" dal Santo Padre e autorizzate dal segretario di Stato Pietro Parolin su consiglio di monsignor Perlasca, trasformato da imputato a testimone chiave attraverso un discusso memoriale scritto a più mani anche dalla Chaouqui e dalla Ciferri. Becciu è rimasto l'unico capro espiatorio di un processo nel quale altri personaggi sono stati infangati ingiustamente, come il broker Raffaele Mincione, che ha ottenuto dall'Alta corte di Londra un risarcimento da 3,5 milioni di euro già liquidati dal Vaticano o monsignor Mauro Carlino, ex collaboratore di Becciu ormai assolto in via definitiva. "Accogliamo con soddisfazione la decisione della Cassazione che rende definitive le assoluzioni per le accuse già ritenute infondate in primo grado. Confidiamo che l'appello possa affermare l'innocenza del cardinale Becciu in modo completo, anche per le residue contestazioni", recita la nota dei legali del cardinale
Il "processo del secolo" che avrebbe dovuto ripulire l'immagine del Vaticano dagli scandali finanziari e da una gestione allegra delle finanze si sta rivelando un boomerang per la Chiesa.
Anche per questo Papa Prevost, a differenza del predecessore, aveva già fatto capire di non voler interferire con la decisione ("è compito dei giudici d'appello e degli avvocati della difesa", aveva precisato questa estate), questo verdetto ne è in qualche modo la conferma. Si riparte in aula il prossimo 3 febbraio, a rappresentare l'accusa sarà l'aggiunto Roberto Zannotti.