Veleni di mafia contro Berlusconi. La difesa del Cav: "Nessuna prova"

Il patrimonio del leader di Fi al centro delle dichiarazioni del boss Graviano rilanciate dall'"Espresso". Il tema è già stato chiarito nelle varie altre inchieste ma i pm insistono

Veleni di mafia contro Berlusconi. La difesa del Cav: "Nessuna prova"

Il fantomatico peccato originale di Silvio Berlusconi. I suoi presunti rapporti con Cosa nostra agli albori delle sue fortune, quando i capitali mafiosi avrebbero cementato le fondamenta dell'impero. Chiacchiere. Veleni e indagini aperte e richiuse non si sa più quante volte. Così anche l'inchiesta nata dalle dichiarazioni dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano torna a nuova vita, annunciata con squilli di tromba da un servizio dell'Espresso. Sembra incredibile ma i racconti a rate dei due boss, soprattutto di Giuseppe, appartenenti al gotha di Cosa nostra, offrono ancora spunti investigativi per gli investigatori che hanno avuto tutto il tempo di verificarne il carattere sibillino, allusivo, scivolosissimo e in conclusione l'inaffidabilità.

Non importa, i due sono in carcere dal 27 gennaio 1994, 27 anni fa, e parlano di una stagione ormai lontanissima, ma non importa. Dunque, racconta Giuseppe, un gradino sopra il fratello nella nomenklatura criminale, che dal 1984, quando era latitante, incontrò tre volte il Cavaliere che naturalmente non si pose alcun problema. Giuseppe Graviano è stato sentito in gran segreto nei mesi scorsi dai magistrati di Firenze che hanno riesumato un filone sulle stragi, tema che per i Graviano vale una collezione di ergastoli. Già che c'era il boss ha spiegato che il nonno era socio d'affari del giovane Silvio. L'aveva agganciato con successo, investendo complessivamente al Nord una ventina di miliardi provenienti da Cosa nostra. Con lui invece non mantenne i patti, a cominciare dal 41 bis, che il Cavaliere avrebbe dovuto smantellare e che è rimasto come un pilastro nella lotta alla grande criminalità: «Berlusconi è un traditore», è il messaggio consegnato prima a Reggio Calabria e poi a Firenze.

La suggestione è già stata demolita a suo tempo da una certosina perizia della Banca d'Italia, ma sempre lì si torna: mattoni e affari obliqui, frequentazioni inqualificabili attraverso la mediazione di Marcello Dell'Utri, meeting con i padrini in fuga dallo Stato, soldi, misteri e ricatti.

«Non vi è alcuna prova - scrive in una lunga nota il senatore Niccoló Ghedini, legale di Silvio Berlusconi - della sconclusionate affermazioni in relazione agli incontri e al danaro che sarebbe stato consegnato al presidente Berlusconi». Anche il seguito pare, a dir poco, bizzarro: «A parere del Graviano - nota Ghedini- si sarebbe trattato di denaro non di provenienza mafiosa ma lecito, tanto che nel 1994 si sarebbe dovuto formalizzare l'accordo della cessione di alcune quote della società del Presidente Berlusconi a favore dei fantomatici investitori presso un notaio milanese».

Peccato che di tutta questa complessa architettura non si trovi traccia. La letteratura sul peccato originale del Biscione è sterminata ma è tutto un inseguirsi di voci, confidenze, ipotesi poi sempre smentite dagli accertamenti della magistratura. «L'unico documento certo - ironizza il parlamentare - è la lettera del Graviano del 2013 all'allora ministro Lorenzin in cui prospettava che fin dal 1994 gli inquirenti gli avrebbero proposto straordinari vantaggi processuali se avesse, a suo dire, falsamente accusato il presidente Berlusconi».

Oggi, invece, Graviano parla e spinge perché le sue dichiarazioni siano conosciute da tutti. Forse la lunghissima permanenza in carcere, peraltro destinata ad andare avanti a oltranza, gli ha fatto cambiare idea. A febbraio gli investigatori toscani sono andati a Palermo a caccia di riscontri, anche se è arduo capire cosa possa affiorare dopo tanto tempo.

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