Sono brevi frammenti di video che a noi europei, sempre rinchiusi nel nostro misero dorato giardino, sembrano tanto lontani. Eppure quelle immagini fanno più rumore delle bombe che in queste ore stanno bersagliando l'Iran. Hanno una potenza disarmante. Per chi sa interpretarle. Vedere quelle donne togliersi l'hijab, simbolo per eccellenza di un regime teocratico che sottomette il proprio popolo nel nome di Allah, dà tanta speranza. Nei video che girano sui social vediamo donne felici, finalmente libere dal velo islamico. Le vediamo ballare per strada, finalmente libere dalla morsa soffocante degli ayatollah. La libertà è un bene prezioso di cui si capiscono peso e valore soltanto quando questi vengono a mancare. E quelle donne, che finalmente possono sciogliere i propri capelli al vento, li conoscono entrambi molto bene. Sulla loro pelle hanno provato il peso dell'oppressione. Sulle loro vite c'è stampato il marchio di un regime che fino a qualche ora fa lo calzavano sui loro capi. Ieri si sono strappate quel giogo asfissiante, nella speranza che sia per sempre, che gli uomini vestiti di nero vengano sconfitti una volta per tutte, che la religione e le sue regole possano essere una scelta e non più un'imposizione. E, se a qualcuno dovesse sorgere anche uno solo dubbio sull'intervento militare americano, gli dovrebbe bastare uno di questi video lontani per capire che talvolta la libertà va presa a tutti i costi, anche con la forza, anche solo per rendere giustizia alle migliaia di giovani che il regime iraniano ha soffocato nel sangue. Oggi le donne, che ballano senza il velo islamico, raccolgono il testimone di quei martiri coraggiosi e lanciano un messaggio forte al mondo libero.
Non solo un grazie a chi si batte per difenderle ma anche una condanna a chi si riempie quotidianamente la bocca di diritti delle donne ma poi attacca Trump schierandosi con i sacerdoti che le vogliono obbedienti, mute nel loro hijab e chine davanti al potere. In una sola parola: sottomesse.