È vero, "dopo" saremo diversi. Ma nel senso che sarà peggio

Qualcuno sogna, a crisi finita, un nuovo Rinascimento convinto che diventeremo migliori. No: il meglio era prima

Ormai passo le notti a leggere tutte le cronache che trovo sulla «peste nera» del XIV secolo. Da quella strage naturale sarebbe uscito fuori il Rinascimento, si dice. E allora mi dico: chissà che non verrà un nuovo Rinascimento anche da questa pandemia.

Ma la verità è che non ci credo nemmeno un po': io all'orizzonte vedo solo la fine tragica di una delle epoche più prospere dell'umanità. Abbiamo sprecato un sacco di energie intellettuali e morali a fare resistenza a un «sistema» quello capitalistico globalizzato che ha tirato fuori dalla povertà miliardi di persone e offerto protagonismo a Paesi che fino a qualche decennio prima erano relegati nell'umiliante dicitura «terzo mondo». Per non parlare del Vecchio Continente. Mai nella storia in Europa avevamo vissuto così bene: benessere diffuso, libertà assoluta di pensiero, aiuti e protezione di Stato per tutti coloro che erano in difficoltà. E oggi che tutto questo è in pericolo, le anime belle della decrescita felice, della lentezzabucolica, delle piccole patrie autosufficienti non fanno altro che felicitarsi che quel vecchio mondo pieno di ingiustizie sia al tramonto, tanto da intravedere all'orizzonte un «mondo nuovo» fatto di umanità, di semplicità, di piccole cose, di cultura.

Sono uno scrittore, ma sono anche uno che ha passato la sua vita a studiare economia, sociologia, storia e sono anche un padre di famiglia. Quindi sono sufficientemente informato per sapere che le loro utopie sono solo sciocchezze, sciocchezze irresponsabili e adolescenziali, perché nei prossimi mesi noi avremo in Europa decine di milioni di disoccupati, milioni di aziende chiuse, disordini di ogni genere, violenze di tutti i tipi, degrado psicologico, povertà, disgregazione sociale, criminalità. E questo perché la cultura ha preferito per comodità mettersi dalla parte dei «buoni sentimenti», delle posizioni ecumeniche e inconsistenti, e non ammettere per viltà e per conformismo che il benessere economico non è un contro-valore attraverso il quale si manifesta una resa al «sistema», ma il presupposto fondamentale della libertà individuale, della dignità della persona, della pace tra i popoli. Non ne usciremo migliori, come si dice con una retorica banale e in malafede, e non sarà una rimodulazione in meglio del nostro stile di vita. Saremo semplicemente più cattivi, più disperati, più violenti e più poveri. E la distruzione avanzerà in ogni ambito della nostra vita, da quella economica a quella sentimentale, privata. Eravamo liberi di aprire un'azienda, di viaggiare, di studiare, di connetterci col mondo intero. E, quando ci ammalavamo, c'erano degli ospedali che ci curavano gratis, e, quando invecchiavamo, ci davano un reddito mensile per vivere in pace il nostro periodo di meritato riposo. Oggi tutto questo mondo sta crollando, e io devo leggere scrittori italiani che dicono che «è meglio così», perché quel mondo era vacuo, frivolo, senza etica.

Io vorrei dire a questi scrittori che giocano con la «rivoluzione» che non sanno quello che dicono, perché la povertà non rende migliori mai, la povertà è la peggiore delle condizioni umani, perché tira fuori tutto il peggio delle persone, checché ne dica una certa pubblicistica bozzettistica sul «poveri ma belli», sul «mangeremo pane e cipolla», sul «due cuori e una capanna». Se costoro hanno dei figli, mi auguro che i loro ragazzi non verranno mai sapere ciò che dicevano durante i mesi della pandemia del Covid-19.

Quando avremo sconfitto il coronavirus capiremo ma sarà troppo tardi che tutto quello che dicevamo sul rovesciamento del «sistema» era irresponsabile, frutto di ignoranza storica e sociale. E lo capiremo quando osserveremo sgomenti, senza fiato, gli assalti ai supermercati, le risse per un nonnulla, i furti, le rapine, la gente sfrattata, chiusa in macchina, senza lavoro, senza dignità, senza futuro. Quel giorno capiremo cosa era la decrescita bucolica di cui parlavano tanti figli di papà che viaggiavano in Frecciarossa, andavano a vedersi un concerto a Londra e sputavano sulla globalizzazione da loft arredati con mobili di design. La globalizzazione è stata la fortuna di tutti noi che non avevamo niente, che veniamo dal basso. Io stesso ho potuto studiare, viaggiare, crescere culturalmente ed economicamente grazie a questa espansione esponenziale delle opportunità a livello planetario. E invece in queste ore devo leggere scrittori che brindano perché quel «sistema» sta crollando. Quel «sistema» che ha sgonfiato le pance dei bambini africani, che ha dato benessere ai contadini «medievali» delle campagne cinesi e che sta dando una chance a tanti Paesi che vivevano di ciotole di riso e di grilli fritti. Sta crollando tutto, maledizione, e io adesso non ho più paura del coronavirus, perché quello che verrà dopo sarà ancora peggiore. Moriranno a migliaia di crepacuore, di incuria, di alcolismo, di droga, di disperazione, di abbandono.

Ecco perché prego ogni notte non nel nuovo Rinascimento che non ci sarà, ma nel ritorno al mondo di ieri, che dava una possibilità a tutti, e che era riuscito a riempire la pancia a quasi sette miliardi di persone. So che sono una minoranza, perché la cultura italiana è fondata sui «buoni sentimenti» e sul mito della «resistenza» (in Italia non sei preso in considerazione se non parti dal presupposto che «il mondo fa schifo»). Ma non ho paura di gridarlo, soprattutto in questo momento tragico: vivevamo nel migliore dei mondi possibili e facevamo finta di non saperlo. Quindi no, non voglio immaginare il mio futuro chiuso in casa a leggere libri di poesie, a fare il pane con il lievito, a osservare dalla finestra la pioggia sui vetri e convincermi che mi ero perso qualcosa. Avevo un'anima anche prima, leggevo poesie anche prima, sapevo stupirmi della vita anche prima. M potevo dare da mangiare ai miei figli, e potevo far stare bene i miei cari in un contesto di libertà e di tolleranza diffusa. Sono stufo di questa retorica, dell'irresponsabilità che ignora gli scenari che si stanno prefigurando anche in Italia e che sono, appunto, di guerriglia, di degrado, di povertà.

Io non so se qualcuno ha sbagliato nella gestione di questa pandemia ma è inutile parlarne, ormai è tardi. E comunque non è di questo che voglio e posso parlare. Io so solo che bisogna fare in fretta perché non passi il concetto che quel vecchio mondo fosse da seppellire perché orrendo, volgare, immorale. C'era molta più morale nel benessere garantito a miliardi di persone dal capitalismo globalizzato che in tante chiacchiere da loft che ignorano totalmente la quantità di benessere, di welfare e di libertà che quel tanto vituperato «sistema» aveva garantito. Si eviti dunque la tragedia nella tragedia. Si eviti, cioè, di liquidare l'epoca della globalizzazione come l'epoca peggiore della storia dell'umanità. Perché sta arrivano un Incubo Vero, una Grande Depressione che farà più morti e feriti della pandemia, e che umilierà a morte milioni di persone. Sarò anche l'unico scrittore italiano a dirlo, ma quel mondo era semplicemente meraviglioso, perché mai prima tanta gente aveva avuto così tanto benessere, così tante libertà d'intrapresa e così tante opportunità. Per me il futuro è dunque ieri, è in quello che eravamo fino a metà febbraio. Avanti vedo solo saracinesche chiuse, file, risse, rapine, ferocia, povertà. Ma chi ha conosciuto la povertà o l'ha studiata si faccia sentire, glielo spieghi a questi figli di papà che la povertà non è un pranzo di gala o una conferenza edificante in qualche istituto di cultura, e che la ricchezza non nasce dal niente, ma dalla condivisione globale di lavoro, merci, finanza, saperi, sudore, sia pure in un regime di competizione e di libera concorrenza.

Ogni notte, sempre più insonne, cerco le risposte nella Storia. E l'unica risposta che mi sto dando è che per com'è fragile la tempra degli italiani e degli europei, l'unica salvezza possibile sarà tornare nel più breve tempo possibile al mondo di ieri. Altrimenti la puerile danza gioiosa del tempo liberato e della decrescita felice diventerà entro pochi mesi una danza macabra, una danza notturna di lacrime e di brutalità, di umiliazione e di degrado.

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Commenti

Giorgio5819

Dom, 29/03/2020 - 10:25

Egregio, la gente ha bisogno di sognare, una delle poche cose che lo stato non é ancora riuscito a toglierci. Sognare che questa tragedia abbia messo a nudo la meschinità di certe ideologie ( sempre e ovunque fallite ), é attualmente 'unica cosa che mi tiene in vita... sognare di togliere alle future generazioni il peso insostenibile di certi figuri PALESEMENTE FALLITI.