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La versione di Cinturrino: "Sono un poliziotto modello"

L'agente che ha ucciso un pusher a Rogoredo contrattacca e denuncia per calunnia i suoi accusatori. Che però insistono

La versione di Cinturrino: "Sono un poliziotto modello"
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Carmelo Cinturrino si difende e contrattacca. Il 42enne poliziotto milanese in carcere per avere ucciso uno spacciatore nel "boschetto della droga" di Rogoredo, ieri prende a sorpresa la parola nel corso dell'incidente probatorio convocato per interrogare i testimoni che lo accusano: tutti pusher o eroinomani, convocati in aula perché non c'è certezza di ritrovarli quando si terrà il processo a Cinturrino. Al processo Cinturrino invece ci arriverà, potrà dire la sua versione in Corte d'Assise. Ma ieri sceglie di giocare d'anticipo, ribattendo a caldo alle accuse lanciate contro di lui. Si dichiara vittima della vendetta dei signori della droga che ha sempre combattuto. "Ho sempre agito nella legalità - dice al giudice Domenico Santoro - non ho mai torto un capello a nessuno, non ho mai sottratto né droga né soldi". "Il mio unico intento - aggiunge - è sempre stato assicurare i criminali alla giustizia".

Che di criminali ne arrestasse in quantità lo confermano le statistiche e gli encomi. Il problema sono i metodi: sbrigativi, al confine della legge e oltre, secondo la Procura. Su Cinturrino, fermato su ordine del procuratore Marcello Viola e del pm Giovanni Tarzia il 21 febbraio, pende una accusa da ergastolo: omicidio premeditato. Il colpo con cui uccise Abderrahim "Zack" Mansouri per i pm non fu un incidente ma l'atto finale di una guerra privata tra il poliziotto e lo spacciatore, "dite a Zack che quando lo incontro lo ammazzo", avrebbe promesso più volte Cinturrino. Nell'incidente probatorio, della dinamica dell'omicidio si parla poco, il poliziotto si limita a dirsi "enormemente dispiaciuto" per la morte di Mansouri. Si occupa soprattutto di demolire le accuse dei testimoni che lo descrivono come un aguzzino, "Cinturrino picchiava, se non gli davi i soldi ti dava le martellate, se gli davi i soldi ti lasciava stare". Per il poliziotto smontare quelle accuse è decisivo, perché proprio nella sua attività di sbirro fuori controllo sta secondo la Procura il movente dell'uccisione a sangue freddo di Mansouri: che non era armato neanche di una pistola giocattolo, anche se Cinturrino ha provveduto a piazzarne una accanto al cadavere.

"Cinturrino mi ha preso a schiaffi in commissariato dopo avermi detto l'altro giorno ti abbiamo visto che scappavi", dichiara ieri al giudice uno dei disperati del boschetto. È solo una, e non la peggiore, delle scene messe a verbale dai testimoni dei pm. Ma per i difensori dell'agente, le dichiarazioni sono dense di contraddizioni e di inverosimiglianze. Per questo Cinturrino ha deciso di denunciare per calunnia tutti i suoi accusatori. E nel lungo monologo davanti al gip ("un fiume in piena", lo descrive uno dei suoi legali) ha fornito il suo autoritratto: quello di un poliziotto tutto d'un pezzo, "ho fatto 25 giorni di malattia in 18 anni di servizio", attento non solo alla sostanza ma anche alla forma, alle regole: "Ho sempre fatto i verbali di sequestro e le denunce per resistenza", dice.

E quel soprannome di "Luca Martello", affibbiatogli perché colpiva a martellate i sospetti, compreso - secondo un racconto - un invalido in sedia a rotelle? "Il martello ce l'avevo per scavare alla ricerca della droga senza sporcarmi le mani. E non ho mai picchiato nessuno, tantomeno un invalido".

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