Passeggiate, arrosticini e quelle partite a bocce con il Capitano Lauro

Quell'estate si bolliva, faceva caldo persino ai 750 metri di Fiuggi, poi la partita era tirata e nessuno voleva cedere. Il Comandante, dietro gli occhiali neri che lo facevano somigliare a Enzo Ferrari, era un tipo tosto e l'unica cosa che aveva mollato era il nodo della cravatta. Ma il suo avversario, se possibile, era ancora più competitivo. Si lottava. Si beveva. Si sudava. C'era un folto e attento pubblico. Via la giacca, maniche della camicia arrotolate, concentrazione massima, occhio al pallino. Andarono avanti così a lungo, punto a punto, rinfrescati ogni tanto da una limonata e un Camparino. Finché il presidente cambiò strategia, comincio a tirare forte e vinse. «Vedi caro - spiegò anni dopo Mario Scelba a suo nipote, che si chiama come lui - la vita è un po' come le bocce. Ci vuole senso della misura, polso morbido e capacità di saper accostare i problemi. Però qualche volta bisogna bocciare. Quando ci vuole, ci vuole».

Gia, quando ci vuole, ci vuole. È la stessa cosa che dovevano essersi detti gli uomini della pattuglia della polizia stradale quando, qualche mese più tardi, alzarono la paletta per fermare una fuoriserie lanciata a gran velocità su un rettilineo di campagna. Alt, patente, libretto. Alla guida, così almeno raccontano le cronache del tempo, il Comandate, cioè Achille Lauro, sindaco di Napoli e possibile alleato della Dc in un governo di centrodestra. Passeggeri, Amintore Fanfani e Mario Scelba. Niente scorta, all'epoca non si usava. E alla fine l'accordo con la destra monarchica non andò in porto.

Nella vita pubblica Scelba - figlio di una famiglia povera di contadini di Caltagirone salvato da Don Sturzo che lo fece studiare - era uno che preferiva bocciare piuttosto che accostare. Capo del governo a metà degli anni Cinquanta, ministro dell'Interno per lunghissimo tempo, in seguito presidente del Parlamento europeo, riorganizzatore delle forze di polizia, paladino di un anticomunismo duro e anche di un antifascismo netto: la legge che vieta la ricostituzione del Pnf porta il suo nome. Poi le polemiche per la strage di Portella della Ginestra, la guerra a Salvatore Giuliano, gli scontri in piazza tra celerini e operai, con tanti morti, la repressione dei moti sindacali, il no secco all'apertura al Psi voluta da Moro e Gronchi. E la cosiddetta legge truffa, il primo tentativo, fallito, di un sistema maggioritario spinto: insomma, Scelba era un personaggio contrastato, nemico giurato di un Pci ancora molto condizionato da Mosca. «Ma nella vita privata - ricorda il nipote - soprattutto in vacanza, era dolce a tranquillo. Certo, a perdere non ci stava mai, nemmeno per scherzo».

Nemmeno con i bambini, nemmeno a minigolf. «Con la scusa di insegnarci il gioco, vinceva sempre lui. Ed era soddisfatto». I ragazzi comunque non se la sono mai presa. «Aveva sempre molto da fare e ad agosto riusciva a ritagliarsi solo pochi giorni. Spesso veniva a trovarci in giornata a Fregene e per noi era una festa. C'era solo un problema. Noi avevamo la cabina al Sogno del Mare, che a quei tempi era una piccola Hollywood romana. I frequentatori erano Walter Chiari, Lelio Luttazzi, Ugo Calisi, Tito Stagno e tutti gli attori americani di passaggio, da Charlton Eston a Richard Burton. Mio zio però non voleva stare in mezzo al quel genere di celebrità chiassose e così ci toccava cambiare stabilimento. Ci spostavamo al Lido, che aveva la piscina e, appunto, il minigolf».

Come Aldo Moro, pure Mario Scelba si sedeva sulla sdraio completamente vestito. Scarpe chiuse con i lacci, pantaloni lunghi, camicia abbottonata. Ma lui non si spalmava al sole. «No - dice il nipote - si sistemava all'ombra e leggeva. Gli chiedevo perché non si spogliasse e lui mi rispondeva che non era il caso per un ministro della Repubblica farsi vedere in mutandoni». Un'altra Italia, un'altra prospettiva, dalla quale pure Fregene sembrava quasi come la Costa Azzurra. «Era l'unico posto di mare che gli piacesse. Di giorno camminava sulla spiaggia, poi ci portava a mangiare a Villa dei Pini, il ristorante migliore». La sera tutti alla Conchiglia, un posto alla moda, dove spesso lo riconoscevano. «Un'estate si avvicinò al nostro tavolo una donna distinta e elegante, che iniziò a elogiarlo e ringraziarlo per il lavoro che faceva. Poi all'improvviso gli prese la mano e cerco di portarla verso la bocca per baciarla. Mio zio, inorridito, la ritirò di scatto, con un gesto talmente brusco che mi è rimasto sempre impresso».

Mario junior, giornalista della Rai, è lo Scelba che ha portato avanti il cognome. Suo nonno Giacomo era il fratello gemello del dirigente democristiano. «Stava sempre in Sicilia, quindi non lo vedevo mai. Il mio vero nonno era zio Mario». Suo padre Gaetano, chiamato Tanino, è stato per mezzo secolo il braccio di destro e portavoce di Oscar Luigi Scalfaro, dal Viminale al Colle: l'ex presidente infatti veniva dalla destra democristiana ed era uno degli scelbiani più fedeli. «Con me mio zio aveva un rapporto speciale, ero il maschietto di famiglia, visto che lui aveva soltanto una figlia femmina, mia cugina Maria Luisa». Il ministro di ferro non amava troppo i riflettori, detestava «il culturame» e cercava di evitare le mondanità, ma non sempre ci riusciva. Spesso infatti gli toccava andare a Cortina, perché la figlia amava la montagna e perché doveva partecipare a qualche dibattito o incontro estivo. «In quelle occasioni non prendeva ville in affitto o case in centro, ma preferiva sistemarsi in un sobborgo, Pocol, dove prendeva una stanza in un albergo che poi fu demolito». Scelba trovava incantevoli le Dolomiti, però non disdegnava neanche la ben più modesta Tagliacozzo, in Abruzzo, che oltre all'aria fresca poteva offrire una comoda vicinanza con la capitale. Camminate, mangiate di arrosticini, lettura dei giornali, l'arrivo di qualche amico. «Scalfaro e Zolla andavano sempre in visita. E anche il sindaco di Roma Rebecchini». Era ghiotto di pistacchi tostati, li abbrustoliva di persona e li propinava ai parenti e ai politici in processione.

Spesso d'estate era costretto a rimanere a Roma. «Noi ogni tanto partivamo da Fregene e andavamo a trovarlo - racconta Mario junior - Ricordo una città vuota e dei pomeriggi assolati in cui si compiva sempre lo stesso rito. Pranzo, caffè, mio zio che si chiudeva nello studio con mio padre per parlare di politica, una passeggiata, la cioccolata alla pasticceria Latour. Una volta abbiamo camminato di più e siamo arrivati a Palazzo Madama, dove lui aveva un incontro politico. Mi sembrò un posto buio e cupo, mi mise soggezione. Sono tutti molto seri i senatori, feci notare a mio zio. E lui: sai, questo è un posto importante, però hai ragione. Bisognerebbe svecchiare, i bambini dovrebbero entrare più spesso». Un'altra volta, negli anni Settanta, il nipote aveva dei problemi a scuola con degli studenti di sinistra. «Mi sento in colpa, disse, porti il mio nome. Ma io ero orgoglioso di lui. Era un democratico, non un golpista. Un uomo di centro, non solo il ministro di polizia».

Massimiliano Scafi

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