"Virus" Evergrande pronto a esplodere. Il gruppo orientale sull'orlo del crac

Il colosso immobiliare cinese ha debiti per 300 miliardi di dollari e non può restituire entro domani 84 miliardi. Una mina pericolosissima che può contagiare l'economia cinese e mondiale

"Virus" Evergrande pronto a esplodere. Il gruppo orientale sull'orlo del crac

A voler essere pessimisti, la lunga marcia si è interrotta. E con essa, quel vorticoso traghettamento della Cina verso un capitalismo spurio, contaminato dal dirigismo comunista ma con gli stessi difetti del modello occidentale. Evergrande ne è la plastica rappresentazione: il più grande gruppo immobiliare al mondo è sull'orlo della bancarotta. Trascinato verso il baratro da debiti per 300 miliardi di dollari, incapace di far fronte alla restituzione entro domani di interessi per oltre 84 miliardi, il colosso dai piedi d'argilla ha lasciato ieri sul terreno a Hong Kong, dove è quotata, un altro 10%. Per le Borse internazionali, cadute come tanti birilli (Milano ha perso il 2,57%, l'Euro Stoxx 50 il 2%, mentre a un'ora dalla chiusura Wall Street cedeva il 2%), l'ulteriore crollo dell'ex regina del mattone cinese (-80% da gennaio) è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso e alimentato i timori di ripercussioni a livello globale.

Paure non infondate. Fino a non molto tempo fa, Evergrande era la big to fail: troppo grande per fallire. Adesso, comincia invece ad assumere i connotati sinistri di Lehman Brothers, la banca d'affari Usa che ai tempi della crisi dei mutui subprime finì per essere l'unico agnello sacrificale. Il capolinea sembra infatti sempre più vicino. Dopo che, per anni, l'espansione del gigante del mattone - dai servizi sanitari ai prodotti di consumo, fino alla televisione - era stata incoraggiata e foraggiata, di interventi paracadute non se ne vede neanche l'ombra. Già nel 2017 il presidente Xi Jinping aveva lanciato un primo avvertimento: «Le case servono per viverci, non per fare speculazione». Così, ora si è arrivati a rovesciare il paradigma della «bolla garantita», in base alla quale qualcuno (Stato, banca, impresa edile) si sarebbe trasformato in un cavaliere bianco pronto, in caso di guai, a intervenire. L'ipotesi di una ristrutturazione del debito, l'unica alternativa per evitare il default, sembra del resto cozzare coi limiti introdotti lo scorso anno da Pechino alla concessione di prestiti alle aziende del settore. Vincoli che hanno finito per essere un cappio al collo di Evergrande e sono serviti da apripista per le successive strette normative, soprattutto nel comparto hi-tech.

Il tentativo di rimodellare il proprio sistema di sviluppo, e di sgonfiare le bolle, espone tuttavia il Dragone a seri rischi. Il primo dei quali è quello di creare una bomba sociale. Con i suoi 200mila dipendenti, i 3,8 milioni di posti di lavoro finora garantiti nell'indotto, i milioni di acquirenti di case incompiute sparsi in 280 città della Cina e gli investitori che già reclamano la restituzione dei loro quattrini, Evergrande è una mina pronta a esplodere. Lasciando vittime ovunque. Soprattutto fra le compagnie di assicurazione e le banche, se il contagio si estenderà all'intero settore immobiliare cinese, già in sofferenza a causa dal rallentamento subìto dalle vendite. In pericolo, di fatto, c'è la crescita cinese. Goldman Sachs ha stimato che un crollo del mattone, su cui l'ex Impero Celeste ha fondato in parte il proprio miracolo economico, ridurrebbe il Pil fra l'1 e il 4%. Con conseguenze non circoscritte solo entro i confini del Paese asiatico.

È questa la prospettiva che ha fatto scattare ieri l'allarme rosso nelle Borse, dove ci si domanda peraltro di quanto i portafogli di hedge fund e fondi comuni siano carichi di titoli Evergrande. L'altro interrogativo riguarda la Federal Reserve: vista l'aria che tira, la banca centrale Usa tirerà dritto domani, con l'annuncio di modi e tempi del ritiro degli aiuti da 120 miliardi di dollari? Insomma: ci sono tutte le premesse per confermare che settembre è, storicamente, il più crudele dei mesi per i mercati.

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