"La vittoria di Trump insegna: avere più destre non è male"

Il senatore fautore del No: «Il referendum ci ha unito Possiamo finire Renzi, è demenziale litigare adesso»

"La vittoria di Trump insegna: avere più destre non è male"

Roma È impegnatissimo nella campagna referendaria in favore del No in giro per l'Italia. Il senatore Gaetano Quagliariello trova, però, un momento per riflettere sul problema della destra divisa in Italia e delle prospettive che il «modello Trump» può aprire anche da noi in Italia.

«Sa che le dico? Il referendum ci unisce. Oggi Renzi sembra un cinghiale ferito che combatte per sopravvivere. Ecco perché mi sembra davvero demenziale che i cacciatori invece che finire la bestia ferita si mettano a spararsi tra loro».

La divisione nel centrodestra è un elemento insanabile o c'è un futuro per un'eventuale coalizione?

«La pluralità delle destre non è necessariamente un male. Tutt'altro. È più che altro un dato di fatto. Le destre qui si differenziano ovviamente per radici, per idee e soprattutto per sensibilità. Tutte cose che non precludono niente. Al contrario sono cose che potrebbero, rappresentare un arricchimento e un vantaggio».

Ma nell'immediato questo non sembra possibile.

«Solitamente lo sarebbe, ma oggi a far la differenza è la radicalizzazione politico-sociale del momento storico che ci troviamo a vivere. In una situazione come questa le differenze tendono a radicalizzarsi anziché diminuire».

Però la crisi potrebbe essere lunga. Quindi c'è poco da essere ottimisti.

«Al contrario. Il voto americano, in questo caso, è un fulgido esempio. Lì la radicalizzazione delle posizioni - per paradosso - ha portato i poli opposti a toccarsi. E Trump ha vinto perché da un lato ha conservato il voto della destra moderata, e dall'altro ha conquistato quello di chi votava Partito democratico ma che per via della crisi si è spostato su posizioni più radicali».

Insomma un tempo si vinceva puntando a conquistare i voti al centro, ora invece si vince seducendo le ali radicali dell'elettorato?

«Vero è semmai che in tempi nemmeno lontani, quando il voto era ideologizzato e identitario, la guerra al voto era una guerra di posizione. Si rimaneva ancorati sulle proprie posizioni e si sapeva che per vincere bisognava conquistare il consenso dei moderati, vale a dire di coloro che stando al centro avevano la possibilità di spostarsi di volta in volta da una parte o dall'altra. Oggi che viene meno la trappola ideologica non c'è più bisogno di andare a pescare al centro i voti. E Trump pure in questo senso è illuminante».

Perché?

«L'avversario di Hillary Clinton ha vinto in Stati come il Michigan, il Wisconsin e Pennsylvania caratterizzati dal voto operaio e sindacalizzato».

Questo è possibile da noi?

«Da noi, come nel mondo anglosassone, c'è una forte crisi del ceto medio, vera vittima della crisi economica, che entra ora nel suo nono anno. Questa cosa porta alla creazione di una platea elettorale che un tempo moderata e legata al proprio benessere, ma che oggi può cambiare facilmente idea su come risolvere la crisi visto che ha perso fiducia nel voto identitario».

E in Francia, invece? La destra pure lì è divisa.

«La pluralità della destra in Francia non rappresenta un problema. Quella gollista e quella moderata, cioè quella nazionalista e quella liberale, hanno sempre combattuto in quelle che possono essere considerate le loro primarie, cioè il primo turno delle elezioni presidenziali. Ma al secondo turno si ricompattano. In Francia le regole uniscono ciò che parte da divisioni solo apparentemente inconciliabili».

Da noi quale sarebbe la soluzione per le destre?

«Partendo dal presupposto che le diverse sensibilità sono una ricchezza, bisognerebbe fare due cose: fissare regole e programma comune».

Iniziamo dalle regole.

«Servono regole per determinare la leadership. Le primarie per esempio, ma non solo. E comunque va ricordato che Trump prima di vincere contro la Clinton ha vinto in casa sua proprio con le primarie».

E il programma?

«Fissiamo i nodi più importanti del XXI secolo (fisco, immigrazione, Europa, welfare, questioni etiche). Anche qui non bisogna arrivare all'unanimità. L'importante è condividere un programma che sia sintesi e compromesso».

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