Zan, il grande bluff del Pd. Addio al ddl sull'omofobia

Altro che priorità. I democratici si oppongono alla calendarizzazione del testo: non hanno i voti

Zan, il grande bluff del Pd. Addio al ddl sull'omofobia

Ricordate il ddl Zan? Ecco, scordatevelo: ieri, con l'avallo del Pd, è stato rinviato sine die. Ed è assai improbabile che riemerga dalle secche del Senato, se non profondamente cambiato.

Fino a un mese fa la legge contro l'omotransfobia sembrava la priorità numero uno nell'agenda politica del Pd: «Su questo andremo avanti, punto - giurava a luglio Enrico Letta - chi ci vuole attrarre in un pantano di negoziazioni vuole solo far saltare una legge necessaria e urgente». Lo slogan «Ddl Zan subito» veniva ripetuto senza tregua sui social dalla propaganda dei partiti della sinistra, le accuse di ostruzionismo omofobico contro la destra che ne ostacolava l'approvazione si sprecavano

Poi, con l'avallo del Pd, il ddl è stata rinviata a dopo le vacanze, prima che l'aula di Palazzo Madama iniziasse a votarlo. Alla ripresa dei lavori, secondo quanto avevano promesso i dem, la legge sarebbe dovuta tornare immantinente all'attenzione del Senato: «Chiederemo subito la calendarizzazione», avevano giurato i dirigenti parlamentari del Pd. Ieri era finalmente l'occasione, con la prima conferenza dei capigruppo post-vacanze, convocata per decidere il calendario con la legge anti-omotransfobia in testa alla lista dei provvedimenti rimasti in sospeso. Ma il Pd non solo non ne ha chiesto l'inserimento all'ordine del giorno, ma si è anche detto contrario alla richiesta in tal senso fatta dal capogruppo di Iv Davide Faraone.

Risultato: di ddl Zan non si parlerà più fino a ottobre inoltrato, dopo il secondo turno delle amministrative.

«Anche Letta non vuole: troppi provvedimenti delicati in ballo, e il clima pre-elettorale non aiuterebbe», è stato il succo delle spiegazioni che la capogruppo Simona Bonafè ha dato a chi tra i suoi chiedeva ragione della ritirata.

In realtà, le ragioni sono le stesse per cui il Pd volle il rinvio del ddl a dopo le vacanze: i voti per approvarlo non ci sono. Nei Cinque Stelle e nel Pd stesso serpeggiano dubbi e resistenze, e tutti sanno da tempo che a voto segreto il testo originario verrebbe crivellato di colpi. E che l'unico modo per varare una legge contro le discriminazioni è quello di trattare con l'opposizione, modificando alcuni articoli tra i più contestati, per ottenerne il voto. Salvini si era detto disponibile, ma il Pd ha sdegnosamente rigettato la mediazione: «Vogliono cambiare il testo solo per rimandarlo alla Camera e scordarselo. Meglio votare subito», era il refrain dei dem.

Ora è il Pd che preferisce scordarselo, per evitare di andare al voto amministrativo dopo una sconfitta in aula, o dopo essersi rimangiato il «no» alle modifiche e avere aperto la trattativa con la Lega, come li invitava da tempo a fare Matteo Renzi. Si prende tempo fino alle elezioni, e dopo si deciderà: o il ddl Zan verrà definitivamente sepolto, col silenzioso assenso del Pd, oppure si cercherà un accordo con la Lega per farlo passare. Ma è una mossa che il Nazareno può permettersi solo a urne chiuse, per non perdere la faccia con i suoi elettori.

Dal centrodestra si prende di mira la ritirata dem: «Vogliono parlarne dopo le elezioni», dice Ignazio La Russa, «ci hanno fatto impazzire, ci hanno fatto portare il provvedimento in aula prima che fossero conclusi i lavori della commissione per l'urgenza che avevano. Adesso se ne parla dopo le elezioni. Strane le urgenze a doppia velocità». E proprio di omofobia, paradossalmente, Matteo Salvini accusa il dem Zan, reduce da Mykonos con la rivelazione di aver visto un deputato leghista baciare un uomo: «Se un mio parlamentare bacia un uomo o una donna sono affari suoi. Denunciarlo denota l'omofobia, l'arroganza e il razzismo che spesso stanno a sinistra».

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