«Porterò il velo islamico all’Eliseo» La donna senza volto sfida Parigi

Un foglio bianco fra le mani, le scale di un autobus tappezzato di poster pro-liberté a fare da podio, uno stuolo di giornalisti, fotografi e telecamere che fa da contorno. Kenza Drider rilancia da qui la sua sfida allo Stato francese. Il suo nome non è più sconosciuto dall’11 aprile, giorno in cui il divieto di indossare il velo integrale nei luoghi pubblici, strade comprese, è stato introdotto in Francia e lei lo ha violato fiera davanti alle telecamere. Il suo volto invece resta un mistero. Destinato a durare a lungo. Kenza è avvolta infatti in una tunica marrone lunga fino ai piedi, i capelli e il viso interamente coperti da un drappo beige che lascia intravedere solo gli occhi scuri, quando annuncia alla Francia che intende candidarsi alle presidenziali del 2012 «per ottenere l’abrogazione della legge sul velo integrale».
Una sfida persa in partenza - è quasi certo che non otterrà le firme di 500 eletti nelle istituzioni necessarie per formalizzare la candidatura - ma una battaglia che fa discutere per il suo valore simbolico e politico. Kenza la lancia dall’ingresso del tribunale di Meaux, la cittadina alle porte di Parigi, feudo di Jean François Copé, il sindaco amico di Sarkozy e segretario generale dell’Ump che ha voluto il bando al burqa. Qui ieri, per la prima volta da quando è stato introdotto il divieto, due islamiche sono state condannate al pagamento di una multa (rispettivamente 80 e 120 euro) per aver violato la normativa. Lei stessa è fuorilegge quando, avvolta nel suo niqab, spiega che la candidatura all’Eliseo «serve a dire che il vero problema in Francia non siamo noi, ma la libertà delle donne, indipendentemente dalla loro religione. Quindi non concentriamoci su quello che indosso io, ma occupiamoci dei problemi veri». Quali? Kenza ribalta completamente i termini del dibattito. La Francia ha vietato il velo per difendere la laicità, ma soprattutto i diritti delle donne e l’uguaglianza fra i sessi. Lei combatte il divieto per difendere la libertà di religione, la Costituzione e infine proprio i diritti delle donne. «Non possiamo accettare che vengano punite perché praticano apertamente la loro religione». E ancora: «La mia ambizione è servire tutte le donne che vengono stigmatizzate o diventano oggetto di discriminazioni sociali, economiche o politiche».
Non combatterà Nicolas Sarkozy nelle urne. Ma Kenza lo sta già sfidando, come sta sfidando l’intera destra di governo che ha rimesso in agenda l’islam, ultima mossa il divieto di pregare per strada imposto ai musulmani di Parigi - pena «l’uso della forza» - e annunciato la settimana scorsa dal ministro degli Interni Claude Guéant.
Il suo volto resta un mistero, ma Kenza è una vecchia conoscenza. Trentadue anni, francese di nascita e marocchina di origine, madre di quattro figli, cinque mesi fa sfidò le autorità nel giorno dell’introduzione del divieto al burqa, prendendo un treno che da Avignone, la città in cui vive, la portava a Parigi. Il velo dice di averlo scelto da sola, tredici anni fa. «Nessuno lo indossava nella mia famiglia. La prima volta che l’ho messo anche mio marito è rimasto a bocca aperta». Ora non lo toglierebbe nemmeno sotto tortura: «Meglio andare in prigione». E vuole pure portarlo all’Eliseo.

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