Processato dai colleghi perché scrissi "negro"

L'assurdo esposto del ministero delle Pari opportunità che censura il "politicamente scorretto"

Razzista. Questa davvero mi mancava: un marchio d’infamia con firma dello Stato. Forse pochi lo sanno, ma al ministero delle Pari Opportunità c’è un ufficetto che dovrebbe controllare parola per parola tutto ciò che c’è scritto sui giornali. Se trovano un termine «scorretto», zac, parte la denuncia. Il ministero della Carfagna fa un esposto all’ordine dei giornalisti. È quello che è capitato a me.

Tutto comincia sabato mattina con un telegramma. Non arriva a casa mia, ma a quella di famiglia. Lì dove sono nato, in un piccolo paese della Ciociaria. Il postino consegna la lettera a mio fratello. Lui la guarda, vede che è un telegramma e mi chiama. «C’è qui un telegramma. Lo apro? Forse è urgente». Vai. «Devi aver scritto qualcosa di sbagliato. Ti contestano un articolo pubblicato il 23 gennaio. Devi presentarti dal presidente del tuo ordine». C’è scritto solo questo? «Sì, più o meno. Credo che abbia a che fare con il razzismo».

Mio fratello è preoccupato. A me sembra una storia un po’ assurda. Razzismo? Boh. Chiamo Bruno Tucci, presidente dell’ordine del Lazio. Mi spiega tutto. La chiave è la parola negri. A gennaio, il 21 e il 23, ho raccontato che Cgil, Cisl e Uil stavano un po’ boicottando lo sciopero degli immigrati, quello del primo marzo. Quelli che si dovevano incazzare, e lo hanno fatto, erano i sindacati. Parlavo del loro imbarazzo, di certe ipocrisie, di una linea politica incerta, che a parole tutela tutti, ma nei fatti un po’ meno. Il primo articolo evocava The invisible man di Ralph Ellison, uno dei più grandi romanzi anti razzisti americani.

Il mio pezzo cominciava così: «Invisibili. Li vedono solo da clandestini, quando stanno nelle piantagioni dei nuovi signori del latifondo, sotto la schiavitù della ’ndrangheta. Quando finiscono nel fuoco di certe piazze da far west, sui marciapiedi del sesso, da delinquenti, da rapinatori, da razziatori di ville. Quando lavorano no, non li vede nessuno». Il titolo serve ad attirare l’attenzione su tutto questo: sciopero vietato ai negri. Il secondo articolo, quello contestato, ripartiva da qui. Sciopero vietato ai negri. Ecco il mio marchio d’infamia.

Ho scritto negri. Il resto non importa. Non conta. Non serve a nulla. Mi chiedo ora se i burocrati del ministero e i signori dell’ordine hanno letto i due articoli. Mi chiedo se c’è un computer che emette un urlo ogni volta che legge una parola politicamente scorretta. Il computer è stupido, gli uomini non dovrebbero esserlo. Penso a questo ufficio di correttori di bozze della morale pubblica. Penso che questo puritanesimo, che sbianchetta le parole, serva solo a lavare la coscienza dei sepolcri imbiancati. Penso che negro in italiano non ha nulla a che fare con il nigger (negraccio) americano. Viene dal latino niger, esattamente come nero, e non ha mai offeso nessuno per secoli. Non è lì che si vede il razzismo.

Penso che Faccetta nera sia più razzista di negro. Leggo quello che ha scritto Mbanga Bauna, giornalista del Tg3: «Io sono un negro. Nera è semmai mia moglie che ha votato per An». Sento la voce di Martin Luther King che nel suo I have a dream parla tranquillamente di «negro is still not free». Ascolto il discorso di Malcolm X nella chiesa metodista di Cleveland, dove negro è negro e non si nasconde. Non ne ha bisogno. È lì per dire «io ci sono». Non sono invisibile. Non nascondete la mia storia perché non ho nulla di cui vergognarmi. Siete voi, bianchi, che dovreste arrossire per la nostra schiavitù. La rivoluzione di Malcom X non faceva questioni di parole, ma di diritti. Non serve questa igiene verbale. Non anestetizza le coscienze. Non basta dire uomo di colore per cavarsela. Chissà se i burocrati del ministero e delle pari opportunità tutto questo lo sanno?

Lo ammetto. In questi giorni mi sento un po’ come il professore Coleman Sirk. È il protagonista di La macchia umana, il romanzo di Philip Roth. Sirk è negro ma nessuno lo sa. La sua pelle per un salto genetico è bianca. E lui tiene nascosto il segreto. Solo che un giorno gli capita di appellare due studenti assenteisti come ghost, fantasmi. Nel senso che non sono mai presenti in classe. Spettri. Il guaio è che in America ghost è diventato per gli intellettuali della buoncostume un termine dispregiativo. Ghost è come i bianchi chiamano in gergo i negri del ghetto. Il risultato è che l’ordine dei professori e qualche ministeriale equo e solidale caccia il povero Coleman dalla cattedra. È un negro, dalla pelle bianca, razzista per caso.

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