Il processo costa? Ora c'è l'avvocato pro bono

Riescono a malapena a pagare l'affitto e tirare la fine del mese. Figuriamoci se si imbarcano in una causa legale

Riescono a malapena a pagare l'affitto e tirare la fine del mese. Figuriamoci se si imbarcano in una causa legale. Sono le famiglie dei precari, quelle da mille euro al mese o poco più. Troppo povere per andare dall'avvocato, ma non abbastanza per ottenere il patrocinio di Stato, concesso solo a chi non supera un reddito lordo di 11.493 euro. Allora che fanno? Rinunciano a difendersi, anche se hanno subìto un torto grave. I soldi non sono sufficienti per pagare le spese legali, i bolli, le notifiche e chissà cos'altro. Va così in frantumi uno dei principi più nobili sancito dalla nostra Costituzione che, dal 1948, stabilisce come «inviolabile» il diritto alla difesa per tutti. Tutti chi? Tutti quelli che se lo possono permettere. Non quelli che già rinunciano a vacanze, cure mediche, apparecchio per i figli, assicurazione dell'auto e qualsiasi tipo di spesa extra pur di far bastare lo stipendio risicato.

In base ai dati Istat, le famiglie in condizioni di povertà assoluta sono 1,7 milioni e quelle in povertà relativa, che stanno attente anche alle ricariche del telefono, sono 3 milioni (cioè 8,8 milioni di persone). I numeri sono peggiorati durante la pandemia e la percentuale di chi non è in grado di risparmiare nemmeno un euro è salita dal 30 al 45%. Immaginabile tra attività chiuse e contratti saltati.

In questo sottobosco di nuovi poveri ci sono anche quelli che hanno subito un'ingiustizia, ma si trovano costretti a buttare giù il boccone amaro senza muovere un dito. Possono essere vittime di un intervento chirurgico andato male che li lascia invalidi a vita, di un incidente sul lavoro per cantieri poco sicuri e norme non rispettate, di una truffa. Oppure devono semplicemente affrontare un divorzio, un ricongiungimento familiare, il riconoscimento di una paternità, un diritto su un immobile, un problema di pignoramento e indebitamenti vari.

Ma non osano intraprendere un'azione legale contro ospedali super celebrati, enti pubblici o colossi assicurativi. Figuriamoci poi se la causa è contro il datore di lavoro, con il rischio di perdere il posto e mandare all'aria un equilibrio economico di famiglia già in bilico tra spese ordinarie e piccoli imprevisti.

ARRIVA LA RETE

Per andare incontro a chi resta senza giustizia, stanno nascendo (finalmente anche in Italia) gli studi di avvocati pro bono come già da tempo avviene negli Stati Uniti e nella cultura civilista anglosassone. Garantiscono la difesa gratuita in sede legale agli esclusi dal patrocinio di Stato.

«Ci siamo resi conto che la macchina della giustizia fa sempre più acqua e aumenta il livello di sfiducia tra chi non riesce a farsi giustizia. Anche quelli che sono diritti di tutti sembrano a volte inaccessibili», spiega Giovanni Carotenuto. Il legale presiede l'associazione Pro Bono, una rete che riunisce una trentina di studi legali sparsi in tutta Italia, ognuno con una sua specializzazione, dediti a seguire anche i clienti che non possono pagare.

«Spesso le persone non accedono alla giustizia per i costi improponibili - spiega - e quindi capita che o non facciano nulla o sottostiano a veri e propri ricatti e mediazioni che vanno a loro svantaggio. Crediamo che svolgere attività pro bono renda noi avvocati migliori, accrescendo la nostra motivazione, le nostre competenze e i nostri standard di condotta professionale».

Per individuare i clienti pro bono, la rete si appoggia a due «cliniche legali» all'interno delle università e a una serie di ong e associazioni che operano nelle realtà più fragili (carcerati, immigrati) e segnalano i casi di presunta ingiustizia.

COSTI INSOSTENIBILI

Prima ancora che la parcella dell'avvocato - che può patrocinare il danneggiato pro bono o chiedendo alla parte avversa perdente di corrispondere il suo compenso - l'ostacolo principale per l'accesso ad una domanda di risarcimento del danno è costituito dalla necessità di anticipare le spese vive.

«Per una causa legale che prevede un risarcimento tra i 52mila e i 260mila euro - spiega l'avvocato Chiara Tacchi, ideatrice dell'organizzazione di volontariato La giustizia degli Ultimi di Gallarate (Varese) - le spese vive ammontano a circa 5mila euro, cifra che per le famiglie più svantaggiate non è minimamente sostenibile. Eppure si tratta di costi necessari, che servono ad accertare preliminarmente, sotto ogni aspetto, la fondatezza della domanda risarcitoria prima di andare in Tribunale».

Per esempio, nel caso di una causa per errore medico, le spese per la perizia medico-legale preventiva ammontano a circa 1.500-2mila euro; quelle per un accertamento tecnico preventivo - tra contributo unificato, notifiche, marche da bollo e consulenza tecnica di parte - a circa 1.500 euro. Infine, vanno coperte anche le spese per i medici legali nominati dal giudice, importo che va a carico della parte ricorrente e che si aggira attorno ai 2mila euro.

«È del tutto evidente che, in mancanza di un supporto, gli ultimi non possano nemmeno arrivare a chiedere giustizia».

LE FALLE DEL PATROCINIO DI STATO

La legge di Bilancio ha appena introdotto un rimborso di 10.500 euro (da retribuire a posteriori) per le spese legali di chi risulta innocente alla fine del processo. Ma riguarda esclusivamente l'ambito penale e non il civile. Ci sono poi misure per aiutare chi non si può permettere le spese legali. Ma hanno dei limiti sempre più evidenti. Il patrocinio di Stato innanzitutto.

Sulla carta, viene concesso a chi ha un reddito che non supera gli 11.493 euro. Ma spesso viene negato anche a chi in tasca ha meno, quasi niente. Come mai? Perché il giudice sospetta entrate in nero. Come a dire: se non percepisci nulla ma non muori di fame, vuol dire che qualche entrata non dichiarata ce l'hai.

«C'è una sorta di prevenzione da parte della magistratura - sostiene l'avvocato Corrado Limentani di Milano -. Ma se il giudice ha dei dubbi sul reddito di una persona potrebbe sospendere la decisione e incaricare la Guardia di finanza di verificare le entrate, senza che sia negato il diritto alla giustizia. Respingere la richiesta del patrocinio di Stato è spesso un grave errore». Altro aspetto traballante della difesa gratuita: gli avvocati non sono certo incoraggiati a iscriversi all'albo di chi presta il patrocinio. Lo Stato è regolarmente in ritardo nel rimborsare gli studi legali che si sono adoperati a favore degli ultimi. Tanto che per ovviare ai mancati pagamenti, alla Camera è allo studio un disegno di legge che prevede (almeno) una serie di sgravi fiscali per gli studi che hanno anticipato le spese. Un altro spiraglio è la nuova legge di Bilancio che prevede un fondo di 20 milioni di euro per i rimborsi, ma i tempi sembrano biblici, ancor più di quelli di una causa.

Una buona notizia è arrivata pochi giorni fa: la Corte costituzionale (con la prima sentenza depositata nel 2021) ha sancito che il patrocinio di Stato deve essere concesso a tutte le vittime di reati di violenza - dai maltrattamenti in famiglia, alla violenza sessuale, allo stalking - a prescindere dal reddito. L'obiettivo «è offrire un sostegno alla persona offesa, già vulnerabile e indebolita dalla particolare natura dei reati di cui è vittima, e a incoraggiarla a denunciare e a partecipare attivamente al percorso per far emergere la verità».

IL MODELLO STATUNITENSE

Il modello, come detto, arriva dagli Usa, anche se oltreoceano la fotografia delle povertà è molto differente rispetto a quella italiana. Così come è diversa la cultura degli avvocati pro bono. In America gli indigenti finiti per strada spesso non sono singoli individui ma nuclei familiari con bambini. Per questo è stato creato un sistema di assistenza legale per i poveri con studi in ciascuno Stato dell'Unione. Negli Usa l'articolo 6 delle Model rules of professional conduct considera un obbligo deontologico per tutti gli avvocati lo svolgimento di almeno 50 ore l'anno di attività a titolo gratuito a favore di chi ne ha bisogno. Non solo: prestare la propria consulenza pro bono rappresenta anche una condizione fondamentale per essere abilitati all'esercizio della professione.

Nessun vincolo è previsto in Italia, dove però sta prendendo sempre più piede l'idea che il pro bono sia una prassi che fa bene alla reputazione dello studio e aiuti a cimentarsi in ambiti in rapida evoluzione, come quello del non profit e del terzo settore. Al di là dei singoli casi, infatti, spesso gli avvocati pro bono si occupano anche di redigere e aggiornare statuti di associazioni di volontariato ed enti, di trattamento dei dati in base ai nuovi regolamenti dell'Unione europea, di diritti dei detenuti, proprietà intellettuale e copyright o semplicemente di applicazione della legge sulle unioni civili, compresi i casi in cui uno dei due abbia nazionalità straniera.

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