La Procura di Milano confessa «È vero, il pm non è imparziale»

RomaNella guerra della Consulta sul Lodo Alfano c’è chi paragona Silvio Berlusconi a Bill Clinton e chi lo avvicina a Giovanni Leone. Nel primo caso è la difesa della Procura di Milano, che cita per la prima volta una sentenza straniera, della Corte Suprema degli Usa, per dire che al premier dev’essere negato lo scudo processuale per fatti estranei alle sue funzioni, come avvenne per il presidente americano. Nell’altro è l’Avvocatura dello Stato, che paventa ingiuste dimissioni del Cavaliere assediato da processi e stampa, come fu per il presidente della Repubblica costretto a lasciare il Quirinale sotto le pressioni del caso Lockheed.
Ma nelle 44 pagine della memoria presentata alla Corte costituzionale dall’avvocato Alessandro Pace, per il procuratore milanese Manlio Minale e il sostituto Fabio De Pasquale (pm nel processo Mills), ci sono altri passaggi interessanti. È uno dei tre ricorsi che hanno portato il Lodo Alfano di fronte alla Consulta, che deciderà il 6 ottobre. Si affronta una questione preliminare: se, cioè, il pm può costituirsi di fronte all’Alta Corte sollevando eccezioni di incostituzionalità. In passato la Consulta l’ha negato, distinguendo tra rappresentante dell’accusa e parti in causa. Per sostenere il contrario Pace afferma che «nel processo l’imparzialità del pubblico ministero viene meno, sul piano fattuale, al nascere della prima ipotesi investigativa... Infatti, da quel momento l’inquirente tenderà a rimanere ancorato alla propria opinione, poiché, una volta scelto un certo schema esplicativo della realtà, si tende ad adottare inconsapevolmente una strategia che lo sottragga al controllo falsificante». Un ragionamento che sembra pericoloso, perché può avvalorare il rischio dei famosi teoremi. Il pm, si legge ancora, «finisce per cercare la verità della sua ipotesi. Ha un’attenzione selettiva: una visione monoculare della realtà... Il pm è di parte». È proprio così che il cittadino deve vedere la pubblica accusa? Come un magistrato che abbandona l’imparzialità e la ricerca di una verità oggettiva, per dimostrare quella soggettiva di cui diventa interprete?
Più in là, il legale della Procura sostiene che il Lodo Alfano è solo una «reiterazione» del Lodo Schifani e che in ambedue i casi era necessaria una legge costituzionale. Pace si autocita, con lo scritto «L’incostituzionalità della legge Alfano» e cita il suo maestro, l’ex presidente della Consulta Livio Paladin, per sostenere che lo scudo sospendi-processi viola un «principio supremo dell’ordinamento»: l’articolo 3 della Costituzione, sull’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Come? Affermando che l’attuale Lodo riproduce quello dichiarato incostituzionale dalla Consulta e infrange il divieto di leggi ad personam. Da questa «unanime dottrina costituzionale» deriverebbe il «flagrante contrasto» del Lodo con il principio dell’eguaglianza dei cittadini.
Qualche pagina oltre i due Lodi vengono definiti «criptopersonali», cioè «direttamente o indirettamente favorevoli agli interessi dell’attuale Presidente del Consiglio». E in buona compagnia: leggi sul falso in bilancio, sulle rogatorie, ex-Cirielli. Seguono sorprendenti valutazioni dai risvolti politici: «Ad esse andrebbero aggiunte sia la legge sul “legittimo sospetto” - se la magistratura giudicante non avesse tradito le “aspettative” del diretto interessato -, sia le disposizioni dell’emendamento “blocca-processi” che, se fossero state approvate così come formulate, avrebbero inciso sul sistema processuale italiano anche più gravemente della legge Alfano, per cui l’opposizione optò - sotto ricatto - per il danno minore: appunto l’approvazione, senza ostruzionismi, della legge 124 del 2008». Insomma, giudizi su toghe e politici, processi alle intenzioni e ricostruzione delle manovre parlamentari.
Infine Pace, aggiornatissimo, cita anche l’editoriale del nostro direttore, Vittorio Feltri, pubblicato il 14 settembre, per dire: «Poiché già si dà per scontato che “bocciato un lodo Alfano se ne approva un altro, modificato, e lo si manda immediatamente in vigore”», la Corte deve «scongiurare» anche questa evenienza. Infausta, naturalmente.